Felicità: Un Bicchiere di Vino con un Panino, Icona Italiana

Era il freddo mese di febbraio 1982 quando Al Bano e Romina Power scaldarono i salotti degli italiani con il brano più nazional-popolare mai concepito: “Felicità”. Sanremo 1982. Al teatro Ariston ci sono Claudio Cecchetto e Patrizia Rossetti per la conduzione della trentaduesima edizione della kermesse canora più conosciuta, amata e odiata d’Italia.

Partitura semplice, testo scandalosamente banale, ritornello ossessionante, divenne una hit prima ancora che il duo terminasse la sua esibizione all’Ariston, e poi una delle canzoni italiane più famose (e più storpiate) al mondo. All’epoca i due cantanti erano una coppia anche nella vita reale e facevano sognare i loro spettatori: “Felicità” è uno dei brani più conosciuti in assoluto della loro produzione artistica ma anche uno dei brani italiani più popolari all’estero.

Il brano, scritto da Cristiano Minellono, Dario Farina e Gino De Stefani, dava il titolo anche all’album della coppia. Il suo testo, semplice, è uno dei ritornelli più noti, impossibile non canticchiarlo anche solo pensandoci. Semplice, come lo è il concetto di felicità, che per molti sta nelle piccole cose e che, pensando ad Al Bano e Romina, non può che essere identificata in un “bicchiere di vino con un panino”.

Albano e Romina lo cantavano nel 1982, trasformando in parole e musica il connubio tra due degli elementi più classici della nostra tradizione enogastronomica. Pane, companatico e vino, un’unione che per Silvia Panetto, capo sommelier del ristorante stellato La Bottega del Buon Caffè di Firenze, rimane unica. «Pane e prosciutto, pane e formaggio - per citare solo due esempi tra i più comuni - sono stati il nostro fast food e street food per eccellenza prima che diventassero una “moda”. E, con loro, il vino semplice e onesto che si beveva quasi al posto dell’acqua. Con l’evolversi della cucina e con l’avvento di nuovi ingredienti quella semplicità si è arricchita, senza perdere la sua veracità, tanto che oggi esiste addirittura l’Accademia del Panino Italiano, una fondazione di promozione e tutela, nata del 2015, che ha appena lanciato il progetto “I panini della rinascita.

L'Abbinamento Perfetto: Vino e Panino

«Ci si può divertire già nello scegliere che cosa bere in abbinamento a un particolare tipo di pane», spiega Silvia Panetto. «Se per esempio, abbiamo un buon pane alle noci con farina integrale, il vino perfetto è un Sangiovese, versatile e moderno, che con il suo tannino morbido andrà a smorzare la nota acidula del pane. Il pane di Lariano è un classico della panificazione del Centro Italia, che presenta una mollica importante e una crosta scura e croccante.

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Ma il gioco diventa ancora più divertente se aggiungiamo il companatico. «Va detto anche che l’abbinamento “cibo-vino” segue sì delle linee guida, ma, come sostenevano gli scrittori Elizabeth e Cyril Ray, “non ci sono ragioni per le quali non dobbiamo provare ogni cosa!”. «Il tramezzino è uno spezzafame che spesso si ordina al bancone del bar, ripieno di tonno, uovo, maionese e capperi.

  • «Anche il toast è uno dei pasti veloci per eccellenza, ordinato in pausa pranzo prima del rientro in ufficio.
  • «Il pane e salame è un archetipo del panino da affiancare a un classico della nostra tradizione regionale, come il Lambrusco, allegro, disinvolto e spumeggiante».
  • «Se siete amanti dei rossi, potete optare per un vino corposo e dal forte impatto gustativo, come un Montepulciano d’Abruzzo o un Nebbiolo della Valtellina.
  • Ma se l’hamburger è di carne bianca e preferite rimanere leggeri, non sottovalutate i bianchi.

«Se il vostro panino è vegetariano, magari con burrata e verdure alla griglia, potreste optare per un bianco di medio corpo come uno Chardonnay o per un rosso leggero, ad esempio un Nebbiolo giovane. «In questo caso scelgo un abbinamento classico: pesce e vino bianco, alleati sempre vincenti!

Da gustare rigorosamente accanto a un bicchiere di vino. L’accoppiata vino-panino è di quelle vincenti, ma non così scontata. Bisogna fare attenzione al tipo di pane, oltre ovviamente alla farcitura. Dal toast al tramezzino, passando per il panino veg, l’american burger e quello con il pesce. E ovviamente i grandi classici: pane salame e pane e prosciutto.

A seconda del paese e della zona in cui ci si trova, esistono molti tipi di pane e panini, da quelli più semplici ai più elaborati, che cambiano anche a seconda dell’utilizzo che si vuole fare. Dalla rosetta con il lampredotto, inzuppata nel suo stesso brodo, passando per i panini imbottiti di salumi, quelli col pomodoro, quelli al latte o il pan brioche con la Nutella, oppure quelli con i semi, michette e bocconcini, i sandwich, gli hot dog e i buns per gli hamburger, le arepas venezuelane a base di farina di mais, croque madam e monsieur.

Il Panino: Re dello Street Food

I panini imbottiti e i sandwich rientrano tra i re incontrastati dello street food, sono buoni a qualsiasi orario, ma soprattutto a tarda notte, quando appare come un miraggio il “paninaro” pronto a offrirti ogni tipo di golosità. Ci sono panini con pochi ingredienti e panini esplosivi, come quelli per il kebab, ripieni delle imbottiture più disparate; ci sono quelli freddi, rigorosamente con la mortazza se sei a Bologna, e quelli caldi, magari col formaggio filante che cola da tutte le parti, che sembrano impossibili da mangiare e ti senti un eroe quando riesci nell’impresa. Ogni scusa è buona per prepararsi un panino.

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La Scienza della Felicità nel Panino

Per distruggere l’atmosfera romantica creata dalla canzone, si può spiegare scientificamente il motivo per cui un panino potrebbe rendere tutti più felici. I carboidrati sono stimolatori naturali della serotonina, il cosiddetto “ormone della felicità”: è anche per questo che prodotti come il pane o la pizza e i dolci ci danno quella momentanea sensazione di soddisfazione e buonumore. I carboidrati, inoltre, aumentano il livello degli zuccheri presenti nel sangue e nel momento in cui si verifica il calo, viene naturalmente voglia di mangiare ancora. Ovviamente mangiare tantissimi carboidrati è controproducente e no, non è questa la ricetta della felicità eterna che andiamo sempre cercando.

Al Bano: Tra Successo e Controversie

Ma torniamo al 1982, l’Italia sta a fatica uscendo dagli anni di piombo, nasce il Pentapartito e al governo va il dotto Giovanni Spadolini. Siamo in piena recessione con due cadute consecutive del PIL, l’inflazione al 17% e uno spread che sfiora quota 1.200 (avete letto bene: e oggi si va nel panico se arriva a 300). E invece era l’Italia degli anni 80, in cui tutto poteva succedere. Si conoscono sul set, si innamorano, si sposano e diventano il prototipo della coppia ideale; sicché quando si presentano a Sanremo con “Felicità”, risultano perfettamente credibili.

Sempre sorridenti, quasi onnipotenti, Al Bano e Romina sono in quegli anni ovviamente abbonati al Festival: secondi con “Felicità”, vincono due anni dopo con “Ci sarà” e vanno ancora a podio nel 1987 (“Nostalgia canaglia”) e 1989 (“Cara terra mia”). Ma a furia di cantare “Felicità”, era inevitabile che le potenti divinità della sfiga se ne avessero a male: riservando così alla coppia un futuro non proprio felice, tra la scomparsa della figlia Ylenia, una dolorosa separazione (dopo 30 anni di matrimonio e 4 figli) e altre discutibili scelte personali.

«Felicità è un bicchiere di vino con un panino, la felicità» così cantava e canta da una vita con un repertorio che a parte piccole variazioni è lo stesso da sempre. Al Bano, il cantante che oggi parla di lavoro, di misure di sostegno al reddito, di occupazione. Non è felice Al Bano, lamenta di non trovare lavoratori che coltivino i suoi poderi e attribuisce la colpa proprio al reddito di cittadinanza (che, come più volte fatto notare, è tutt’altro che un reddito di “cittadinanza”).

Al Bano, tra una strimpellata e l’altra, avrà certamente avuto modo di verificare che (“che”, appunto, non “se”) l’Italia è l’unico paese europeo nel quale i salari registrano una contrazione a partire dal 1990 (del 3% circa). Non è poco. Bene sottolineare ancora che il caso italiano sia unico in Europa e che, nel frattempo, nei «paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) il salario medio annuale è più che triplicato negli ultimi 25 anni, mentre in alcuni paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia) è raddoppiato».

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Focalizziamo poi l’attenzione su un dato: queste statistiche tengono conto di quanto è alla luce del sole, di quanto ufficialmente rilevabile, misurabile, certificabile. Nel nostro paese la piaga del lavoro nero è diffusissima e purulenta, senza contare il fenomeno del lavoro gratuito, imposto in particolare alle giovani generazioni come vero e proprio ricatto dietro la promessa di una stabilizzazione.

Al cantante non basta, lui è infelice, non trova lavoratori. Ricordiamo però a quanto ammonta il beneficio della misura di sostegno al reddito: se ti va bene (nucleo familiare composto da una sola persona) percepisci 500 euro al mese. Se ti va male (nucleo familiare composto da tre adulti e due minori) ogni persona avrà diritto alla bellezza di 210 euro a testa (1050 al mese per tutta la famiglia).

Qualcosa però, appunto, non torna: se i tanti vip, che frignano per assenza di forza lavoro, garantiscono abitualmente (come dicono… e facciamo che ci crediamo) retribuzioni dignitose e contratti adeguati (quantomeno “decenti” e i parametri oggi sono davvero assai poco ambiziosi, purtroppo) davvero non si spiega come sia possibile il mancato incontro tra domanda di lavoro (vip) e offerta di lavoro (lavoratori).

Se domanda e offerta non si incontrano le possibilità sono necessariamente solo due, al netto delle asimmetrie informative che rilevano marginalmente: o i lavoratori chiedono troppo (ma questo non è possibile, dal momento che (come sostenuto da Al Bano) si accontentano di 210 euro al mese) oppure i vip non offrono adeguati riconoscimenti. In effetti è curioso che improvvisamente si sia alzato un coro pressoché unanime di personaggi famosi (non è necessario citarli, hanno fatto discutere ampiamente nei giorni scorsi) che azzannano alla giugulare la specifica misura del reddito di cittadinanza.

È curioso anche perché queste stesse figure nulla hanno da dire sui morti sul lavoro (circa mille famiglie distrutte nel 2021), sul precariato (oggi ai massimi storici con più di tre milioni di precari) e via discorrendo.

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