Nuovo Olimpo: Un'Analisi Approfondita del Film di Ferzan Ozpetek

A quattro anni da La dea fortuna e a sei dall’esperimento di Napoli Velata, con l’adattamento de Le fate ignoranti per Disney +, Ferzan Ozpetek torna sul grande schermo prodotto da Netflix con il suo film più personale e, per certi versi, autobiografico: Nuovo Olimpo.

La Trama: Un Amore Travolgente Interrotto dal Destino

Roma, 1978. Enea (Damiano Gavino) e Pietro (Andrea Di Luigi) sono giovani ventenni pieni di speranze e sogni, quando si incontrano per caso in un cinema che proietta vecchi classici. Enea studia per diventare regista, Pietro invece medicina, ma nonostante le differenze i due si innamorano all’istante. Ma il destino è tiranno e i due si perderanno di vista per trent’anni. Un incidente però è destinato a dividerli per oltre trent’anni, durante i quali entrambi raggiungeranno l’apice nelle rispettive professioni, e sempre un incidente li farà ritrovare. Per tutti i successivi 30 anni, i due continueranno a inseguire la speranza di potersi ritrovare per continuare ad amarsi come hanno sempre fatto.

Il Contesto Storico e Cinematografico

Siamo alla fine degli anni '70. Nel 1978 una troupe sta girando in Roma una scena movimentata che è il cardine di uno dei "poliziotteschi" tanto in voga durante i '70. Nella scena l'attrice Jasmine Trinca veste i panni di una tenace donna bionda in tailleur che spara a bruciapelo a due uomini per evitare che le prendano il bambino che sta proteggendo.

Il Cinema di Ozpetek: Un'Impronta Stilistica Inconfondibile

Il mondo cinematografico di Ferzan Ozpetek lo conosciamo bene, perché negli anni è rimasto sostanzialmente immutato. Se i cambi di arena sono stati pochi (ma più frequenti negli ultimi anni), le caratteristiche del suo immaginario sono rimaste le stesse: il racconto della normalità nell’omosessualità, gli amori impossibili del passato che tornano a bussare nel presente, il cibo (e le cene imbandite) come elemento di aggregazione, di riparazione del torto, di contatto con gli altri. Il cinema rappresenta allora la memoria del regista turco, il suo modo per fare i conti con un passato mai del tutto archiviato e la sua cartina di tornasole per rappresentare un presente fondamentalmente diverso, ma non troppo.

In questa sua ultima fatica sono perciò ancora una volta i ricordi a fare da trait d’union, a far riaffiorare vecchi dolori, rimpianti e fantasmi; è un film d’Amore, questo, ma non solo in senso strettamente romantico.

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Staticità e Rinnovamento: Un Dilemma Stilistico

Posto che, per l’appunto, Nuovo Olimpo è stato realizzato con la solita cura formale e che l’intenzione di rendere una storia così intima e privata viene avvertita anche con una certa fora, il problema di una pellicola come questa risiede nella sua immutata staticità. È vero, rispetto al passato il regista turco ha asciugato in parte il melodramma, ha spogliato il film della morte onnipresente, ha persino cercato di virare brevemente sul dramma storico, ma non basta. Quella che ad un lungometraggio come questo sarebbe servita, era invece una grammatica in grado di rinnovarsi almeno un po’, uno sguardo che si allargasse rispetto al racconto dei sentimenti, dei rimpianti amorosi, di quegli tessi fantasmi che ad oggi non fanno più così paura.

Invece assistiamo al solito Ozpetek, con le sue ossessioni, le sue donne sboccate e irriverenti all’apparenza ma in realtà fragili e devastate dalla paura della solitudine (bravissima Luisa Ranieri, qui purtroppo sprecata), il sesso tanto esplicito quanto freddo, l’erotismo un po’ spiccio (che banale la scena della marmellata).

Emozione e Autoreferenzialità: Un Equilibrio Instabile

Sì, ma almeno il film emoziona? La risposta è: dipende da cosa si cerca. Certamente il cineasta turco sa come smuovere le corde del cuore, sa costruire un racconto con i giusti beat, la giusta temperatura emotiva, i giusti nodi di trama, anche un epilogo un pochino più coraggioso del solito (ma non troppo); però rimane tutto lì, in un racconto che gira attorno a sé stesso, che utilizza le solite partiture musicali un po’ pompose, i soliti dialoghi ampollosi e stanchi.

Però, ecco, chi scrive si domanda se non sia arrivato il momento di domandarsi a cosa possa ancora servire un cinema così chiuso in sé stesso, così slegato dal reale e dal contemporaneo, così fortemente autoreferenziale e autocelebrativo. Perché la verità è che Ferzan Ozpetek è, a suo modo, un alfiere del cinema italiano per quello che ci ha regalato vent’anni fa (le fate ignoranti, La finestra di fronte), ma ormai si limita a imitare sé stesso da troppo tempo e con troppi pochi bagliori di ripresa (Mine vaganti, La dea fortuna).

Personaggi e Interpreti: Un Cast di Talento

Al centro della trama due giovani venticinquenni, interpretati da Damiano Gavino e Andrea Di Luigi, qui al suo debutto, che si incontrano per caso, innamorandosi perdutamente l’uno dell’altro, per poi perdersi e cercarsi per i successivi 30 anni. Gavino e Di Luigi sono a lungo avvinghiati l’uno all’altro in quell’unica notte passata insieme, a godersi, a sfamarsi.

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Se l’alchimia tra Gavino e Di Luigi è tangibile, a stonare pesantemente è Alvise Rigo, ex rugbista qui al suo esordio in qualità di attore. Tronco di muscoli e peli, l’ex concorrente di Ballando con le Stelle non va al di là della sua stazza e della sua beltà, con la più che telefonata nonché richiesta scena di nudo a soddisfare una presenza facilmente dimenticabile, recitativamente parlando evitabile e probabilmente mai più replicabile.

Se molti, troppi dialoghi suonano come artificiosi, quasi teatrali e sicuramente poco concretamente reali, Ozeptek e Romoli hanno come al loro solito sapientemente scritto splendidi personaggi femminili.

Luisa Ranieri: Un'Interpretazione Memorabile

Luisa Ranieri è esilarante, commovente, semplicemente sublime negli abiti di una cassiera del cinema, sboccata e strabordante, chiaro omaggio a Mina da parte del regista, con tracce di malinconia a renderla ancor più unica. Una donna mai sola ma volutamente solitaria, che passa ore al telefono con un’amica probabilmente immaginaria, che sognava di diventare showgirl per poi ritrovarsi alla cassa di un cinema frequentato quasi esclusivamente da omosessuali, da tutti corteggiata e puntualmente finita tra le braccia del più stronzo di tutti. Ranieri punta ora a quel più che meritato David di Donatello come miglior attrice non protagonista sfuggitole con È stata la mano di Dio che andrebbe ad ampliare l’infinita lista di attrici premiate grazie ad Ozpetek, tra David e Nastri.

Perché in questi ultimi 25 anni pochi altri registi italiani hanno saputo scrivere personaggi femminili come Romoli e Ozpetek, qui inoltre riuscito a costruire Alice, donna forte ed emancipata interpretata dalla brava Aurora Giovinazzo, e Giulia, donna innamorata, coraggiosa e consapevole come quella interpretata da Greta Scarano.

Temi Chiave e Influenze Cinematografiche

È il film più almodovariano di Ozpetek, Nuovo Olimpo, che si fa metacinema sin dalla primissima scena con un cameo di Jasmine Trinca, perché il giovane protagonista, Elia, studia cinematografia e sogna di fare il regista. Il primo è sicuro di sé, disinibito, consapevolmente bisessuale, che se la spassa nei bagni del cinema con il primo che capita per poi tornare a casa e fare sesso con la migliore amica, alla quale non nasconde mai nulla. L’altro è invece timido, impacciato, spaventato da quel luogo di totale disinibizione, frenato dal timore di una passione mai realmente vissuta.

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Mai si era esposto tanto nell’esprimere l’amore fisico tra due uomini. La prima ora di Nuovo Olimpo, che nasce da un episodio realmente vissuto dal regista quando 17enne arrivò a Roma per studiare cinema, strizza l’occhio a Weekend di Andrew Haigh, con questi due sconosciuti in grado di perdere la testa l’uno per l’altro dopo aver passato insieme poche ore, due giorni appena.

Omaggio al Cinema Italiano

Nuovo olimpo omaggia anche il nostro cinema di un tempo (Anna Magnani, la Masina, Fellini) e Mina, non solo per la canzone inedita Povero amore che chiude il film, ma anche per il personaggio di Titti (Luisa Ranieri), perfettamente aderente nel trucco, parrucco e nel profilo all’immagine de la tigre di Cremona.

Autobiografismo e Sentimenti: Il Cuore del Film

Alla soglia dei 65 anni Ozpetek ha girato il suo film più autobiografico, carnale e sessualmente esplicito, ricco di passione e desiderio. «Si tratta di una semi-autobiografia», ammette Ferzan, «nel film ci sono tante cose della mia vita. È da 7-8 anni anni che pensavo di raccontare questa storia, era diventata quasi un’esigenza.

«Nei miei film non racconto l’omosessualità o l’eterosessualità, ma i sentimenti senza censure. I sentimenti e le emozioni sono bellissimi, e non bisognerebbe catalogarli», dice il regista. L’amore tra Enea e Pietro è profondo, scorre nel tempo, si sfilaccia, perde qualche pezzo, ma resiste e vive in entrambi, nonostante la loro vita abbia preso strade diverse. Dopo 4 anni d’attesa Ferzan è così tornato a raccontarsi e a raccontare un amore assoluto in grado di andare oltre spazio e tempo, casualmente vissuto da due uomini che si sono fortuitamente trovati, irrimediabilmente innamorati, drammaticamente persi e consapevolmente mai più dimenticati.

“Il passato più è lontano e più sembra bello“, sottolinea malinconicamente Ferzan, che affida ad Elia una sua celebre risposta in conferenza stampa. “Perché metto sempre l’omosessualità nei miei film?”.

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