Protozoi delle acque dolci: caratteristiche e patologie

I protozoi sono un gruppo eterogeneo di microrganismi eucarioti unicellulari. Letteralmente il termine di origine greca protozoo significa animale primitivo e comprende numerosissimi esseri viventi costituiti da una sola cellula; i protozoi, infatti, sono unicellulari o a struttura unicellulare e rappresentano il più semplice grado di organizzazione di un corpo.

Per quanto riguarda le loro dimensioni, esse oscillano da soli 2 o 3 micron a 240-250 micron, ma esistono, sia pure eccezionalmente, protozoi lunghi qualche millimetro e perciò risultano identificabili anche ad occhio nudo. I protozoi sono diffusi in quasi tutti i tipi di habitat possibili, dal suolo e il mare più profondo ai bacini d'acqua dolce.

Il fatto di possedere un nucleo cellulare entro cui risiede il materiale genetico è ciò che distingue gli eucarioti dai cosiddetti procarioti: in quest'ultimi il DNA è disperso nel citoplasma. La classificazione dei protozoi solleva da sempre notevoli dibattiti. I microbiologi hanno ritenuto opportuno distinguere i protozoi in base al meccanismo di spostamento.

Classificazione dei protozoi

  • Gruppo dei protozoi ameboidi.
  • Gruppo dei protozoi flagellati.
  • Gruppo dei protozoi ciliati.
  • Gruppo dei protozoi sporozoi.

Protozoi flagellati

I protozoi flagellati hanno questo nome identificativo, perché la cellula che li costituisce usa uno o più flagelli per muoversi. I flagelli sono strutture mobili allungate, simili a lunghe cilia mobili. Alla base del flagello si trova un Cinetostoma e un vacuolo contrattile.

Quali sono le principali caratteristiche dei protozoi del phylum Mastigofora? I protozoi del phylum Mastigofora sono organismi fotosintetici con cloroplasti, come i Dinoflagellati, che possiedono due flagelli per il movimento. Come si riproducono i protozoi della classe Zoomastigophorea? I protozoi della classe Zoomastigophorea si riproducono principalmente per scissione binaria, un tipo di riproduzione asessuale.

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Protozoi ameboidi

Quali sono le modalità di locomozione dei protozoi del sub phylum Sarcodina? I protozoi del sub phylum Sarcodina si muovono tramite pseudopodi, che sono espansioni cellulari temporanee. La capacità di emettere gli pseudopodi, e conseguentemente di deformare la cellula, conferisce a questi parassiti la possibilità di spostarsi con moto detto ameboide.

Protozoi sporozoi

Quali sono le caratteristiche distintive dei protozoi del phylum Apicomplexa? I protozoi del phylum Apicomplexa sono tutti parassiti e non possiedono ciglia o flagelli. Presentano un complesso apicale e alternano cicli vitali con fasi di riproduzione sessuale e asessuale.

Protozoi ciliati

In che modo i protozoi del phylum Ciliophora si nutrono e si riproducono? I protozoi del phylum Ciliophora si nutrono attraverso un solco orale ciliato che forma un vacuolo alimentare. Alcuni protozoi - in particolare i protozoi ciliati - possiedono una pellicola esterna, che supporta l'intera membrana plasmatica (quindi avvolge l'intera cellula protozoaria). Le ciglia sono collegate a livello dei cinetostomi ad un reticolo di fibrille.

Gli studi di Van Leeuwenhoek sui protozoi ebbero inizio nel 1674 e terminarono nel 1716: in quest'arco di tempo lo scienziato olandese scoperse un protozoo alquanto famoso, che in futuro prese il nome di Giardia lamblia.

Uno stadio di intensa attività e mobilità, durante il quale i protozoi sono detti anche trofozoiti. La scissione binaria è una forma di riproduzione asessuata, molto comune tra i microrganismi semplici come quelli unicellulari.

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Protozoi e patologie nei pesci d'acquario

In questa nota vengono affrontate ed esaminate le malattie che possono verificarsi con maggiore frequenza negli stessi pesci d’acquario, a cominciare dalla cosiddetta malattia da gas per finire alle infestioni determinate dai più diffusi protozoi. Fra le possibili malattie provocate dai protozoi assumono un rilievo particolare innanzitutto la cosiddetta Ictioftiriasi e, quindi, la Tricodiniasi, la Chilodoniasi, la Criptocarioniasi, l’Ictiobodiasi e la Pleistoforosi.

Detti parassiti, i quali hanno complessi cicli vitali (con capacità di riproduzione a seconda dei casi anche elevate e rapide), si trovano un po’ ovunque e particolarmente nelle acque del mare e nelle acque dolci.

Ictioftiriasi

L’Ictioftiriasi è una malattia parassitaria molto comune ed è stata descritta per la prima volta verso la fine dell’Ottocento in varie specie di pesci d’acqua dolce; in ogni caso risultano colpiti anche i pesci d’acquario un po’ ovunque e, talvolta, in maniera anche cospicua.

Il nucleo centrale nel parassita adulto ricorda, per la forma, una lettera u maiuscola o anche un ferro di cavallo; al nucleo centrale risulta accostato un secondo nucleo piccolissimo che ha funzioni riproduttive. In questo stadio il flagellato, eventualmente insieme ad altri individui, ha capacità infestante. Il parassita raggiunge la cute del pesce incistidandosi e si sviluppa a spese dell’ospite senza moltiplicarsi.

A questo punto comincia il suo sviluppo partendo inizialmente da due individui e, quindi, sempre per moltiplicazione asessuata lineare, in quattro e così via, fino a raggiungere in meno di 24 ore un numero pari a 2000 nuovi parassiti (i cosiddetti tomiti). Allorché schiudono essi si presentano muniti di ciglia vibratili che ne consentono il movimento; ciò li mette in condizione di raggiungere nuovi pesci.

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Se, invece, i tomiti non riescono ad agganciare nessun pesce, essi degenerano e muoiono, certamente entro 24-36 ore o anche meno, dal momento della schiusa. Limitatamente alle possibili cause che facilitano o provocano la comparsa di quest’infestione nei pesci d’acquario va citato, intanto, un possibile confinamento in spazi ristretti; va poi valutato il caso di vasche alimentate da acque di fiume a temperatura superiore ai 25-26°C, oppure di piccolissimi laghetti ad acqua stagnante.

Altre possibili cause scatenanti sono date da eventuali sovrappopolamento o dalla permanenza in acque piuttosto calde durante il periodo estivo o, ancora, dalle alghe presenti o attrezzi non disinfestati prima dell’uso. Qui può aggiungersi che questa infestione si verifica con maggiore gravità nei pesci giovani; è stato dimostrato, infatti, che la presenza numerica (detta anche carica dei parassiti) dei parassiti rimane legata alla estensione o grandezza del corpo del pesce (4).

Per quanto riguarda la localizzazione dei protozoi sulla cute va detto pure che detto attecchimento avviene spesso anche a livello delle branchie; in questa evenienza - come del resto può verificarsi in qualsiasi altra parte del corpo - all’approccio esterno può coincidere o seguire una penetrazione nel derma con interessamento dei vasi sanguigni e delle varie parti muscolari.

I sintomi più appariscenti di questa parassitosi sono dati dalla presenza di vari puntini biancastri di diversa grandezza e disseminati un po’ ovunque sul corpo del pesce; l’eventuale interessamento delle branchie comporta in maniera più o meno evidente anche fenomeni di asfissia. L’esame microscopico a fresco consente di osservare i parassiti in maniera chiara ed essi, in effetti, appaiono più o meno numerosi e mobili in virtù delle numerose ciglia peritriche.

La prevenzione più efficace consiste nel realizzare un periodo di quarantena e ciò dovrebbe essere fatto in tutti i casi in cui sia possibile; nel caso in argomento sono sufficienti due settimane perché possa essere assicurata la devitalizzazione del parassita. Nei casi, tuttavia, in cui si introducano pesci mantenuti all’aperto nel periodo immediatamente precedente oppure catturati in ambienti naturali occorre, puntualmente, adottare una maggiore precauzione.

In pratica e come orientamento generale, il periodo di quarantena in questi casi va protratto per circa un mese o un mese e mezzo, aggiungendo che durante questo stesso periodo l’osservazione va realizzata in una vasca nella quale siano disponibili le strutture minime necessarie e non già in una comune vasca di vetro priva di arredi specifici.

L’eventuale lotta o terapia nei confronti di questa parassitosi comporta l’impiego di preparati del commercio o, per esempio, l’uso di tre ml. Alcuni ricercatori consigliano l’uso di acriflavina alla dose di un grammo per 100 litri d’acqua per la durata di tre settimane (1). La durata relativamente lunga del trattamento deriva dal fatto che occorre colpire i tomiti che vagano nell’acqua in cerca dei pesci (3). Sempre a proposito di questa sostanza va ricordato che sono controindicate concentrazioni più elevate di quella sopra segnalata nel caso di acque acide e tenere, in quanto sussiste il pericolo di sopravvivenza dei pesci in trattamento (5).

Trichodiniasi

Fra i tricodinidi più diffusi va ricordata la Trichodina domerguei che risulta particolarmente studiata dai ricercatori europei. Quest’infestione determina nei pesci colpiti la comparsa di lesioni cutanee più o meno regolari, sparse un po’ ovunque e di colore chiaro; le aree più frequentemente colpite sono il dorso e le vicinanze della testa.

Il parassita appare in maniera tipica sotto forma di rosone, nel quale gli uncini appaiono disposti regolarmente in maniera circolare e a corona. Per la trichodiniasi valgono le stesse regole già riportate a proposito dell’ictioftiriasi.

Chilodoniasi

La Chilodoniasi è una malattia parassitaria che colpisce le varie specie di pesci, sia di mare che di acqua dolce; essa interessa anche i pesci d’acquario e risulta particolarmente grave per quelli di piccolissime dimensioni.

A parte la presenza sul dorso o sul capo di formazioni biancastre-scure, i pesci colpiti appaiono abulici, hanno poco appetito e di tanto in tanto compiono salti improvvisi. Questo parassita è dotato di due paia di flagelli, uno dei quali è più corto dell'altro.

La malattia assume un decorso più grave mano a mano che trascorre il tempo e ciò anche a motivo del numero crescente di parassiti che aderiscono al corpo del pesce colpito. D’altra parte la sintomatologia si aggrava automaticamente in tutti i casi in cui v’è sovrappopolamento rispetto allo spazio acqueo disponibile; fra i fattori aggravanti figurano, ovviamente, le eventuali situazioni di mancato rispetto dell’igiene.

A solo titolo di conoscenza può ricordarsi più di qualche episodio segnalato nei giovani salmoni d’allevamento; fra i sintomi meno evidenti, ma essenziali ai fini del normale compimento del ciclo biologico dei pesci infestati, figura l’incapacità, da parte dei pesci colpiti, di raggiungere l’acqua di mare o di permanervi.

Per la profilassi di quest’infestione, a parte la solita osservanza delle norme igieniche, è possibile servirsi di periodici bagni di soluzione formolata; in questi casi la formalina va diluita uno a quattromila per litro, lasciandola agire per circa 45 minuti. Nei pesci d’acquario è consigliabile l’uso di acqua ossigenata o di acido acetico diluito uno a 500; più recentemente si sono imposti i prodotti del commercio comunemente usati per le forme esterne di parassitosi dei pesci.

Criptocarioniasi

Trattasi di una malattia protozoaria descritta da vari decenni nei pesci d’acquario di provenienza marina; questa parassitosi è stata descritta per la prima volta in Giappone e poi negli Stati Uniti d’America. In seguito, assieme alla scomparsa delle ciglia e della motilità, il Criptocarion irritans (che nel frattempo s’è ingrandito un po’) si avvolge in una capsula cistica assumendo la denominazione di tomonte.

Pervenuto a questo stadio, probabilmente pure in coincidenza della morte del pesce colpito, il parassita lascia l’ospite e perviene sul fondo della vasca. I sintomi in questa malattia ripetono quanto è già stato segnalato nei casi delle infestioni sopra descritte.

Pleistoforosi

Qui va comunque segnalato che le specie di pleistofora dotate di maggiore patogenicità sono quelle che colpiscono i pesci di mare, a cominciare dai piccoli pesci usati come esche da pesca per finire ai cefali, alle anguille e ai merluzzi. I pesci vicini a morire appaiono rinsecchiti.

Per quanto riguarda più in particolare i pesci d’allevamento, siano essi d’acquario o da destinare al consumo umano, va sottolineato che le perdite a seguito della selezione dopo la cattura o l’acquisto possono essere notevoli, in quanto è necessario eliminare dalla vendita pesci più o meno palesemente colpiti.

Diatomee

Le Diatomee (Regno Protista, Divisione Bacillariophyta, Classe Bacillariophyceae) sono alghe brune, unicellulari, eucariotiche, generalmente delle dimensioni di pochi μm, possono vivere isolate o formare colonie e popolare ambienti diversi sia d’acqua dolce che salata. Caratteristica peculiare delle Diatomee è la parete cellulare, detta frustulo, composta principalmente da silice amorfa idrata.

Centrales (Diatomee centriche): simmetria raggiata, assenza di rafe, forma circolare, ovale, triangolare o quadrata, tipicamente planctoniche, principalmente marine.

Pennales (Diatomee pennate): valve a simmetria bilaterale rispetto all’asse longitudinale, frustulo di forma ellittica, bastoncellare o a navetta.

L’impiego delle Diatomee come indicatori di qualità dei corsi d’acqua è ampiamente accettato in Europa e negli USA. La metodologia si basa sull’osservazione che tutte le specie di diatomee presentano limiti di tolleranza e valori ottimali rispetto alle condizioni dell’ambiente acquatico, quali la concentrazione di nutrienti, l’inquinamento organico e il livello di acidità.

Variazioni di temperatura, salinità, ossigeno disciolto, velocità di corrente e sostanza organica caratterizzano infatti la loro ecologia e determinano la distribuzione ed abbondanza delle varie specie nei differenti habitat. Le acque maggiormente cariche di nutrienti tendono ad ospitare un maggior numero di specie rispetto alle acque che ne sono quasi del tutto prive come quelle che risultano dallo scioglimento dei ghiacciai e dei nevai.

Per il monitoraggio dei corsi d’acqua vengono utilizzate le diatomee pennate bentoniche.

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