La prigionia dei militari italiani in Germania dopo l’8 settembre 1943 può essere letta alla luce del mutamento che la tecnologia di guerra sperimenta durante gli anni ’30-’40 del ‘900, al di là degli aspetti umani e politici che l’hanno segnata.
È allora che lo sforzo bellico viene a caratterizzarsi per un nuovo aspetto “totalizzante”, inteso come marcato coinvolgimento della popolazione civile nelle conseguenze delle operazioni militari nonché la subordinazione di gran parte della dinamica socio-economica e produttiva di un Paese alle esigenze di produzione in ambito bellico.
Se durante il secondo conflitto mondiale, quindi, vincere la guerra significa anche essere in grado di sfruttare a fondo il potenziale di mobilitazione delle risorse nazionali (produzione industriale, produzione bellica in particolare, capitali, manodopera, materie prime, ma anche risorse interne come il consenso) tutto ciò riveste ancor più particolare rilevanza nella vicenda dei prigionieri militari italiani, in un momento in cui la guerra impone la riconversione di molte industrie alla produzione di armamenti e materiali bellici.
In Germania, nella fattispecie, questa esigenza si fa sentire in maniera pressante a partire dal 1942 quando, fallita la prospettiva della guerra lampo e ampliato lo scontro a due colossi industriali come Stati Uniti e Unione Sovietica, si cerca di colmare il divario produttivo con gli USA.
L’occupazione di nuovi territori (con il conseguente inglobamento di industrie e risorse) e la deportazione nel Reich di milioni di lavoratori e prigionieri di guerra rappresentano, in questa prospettiva, allo stesso tempo un fardello per il sostentamento e un bacino di reclutamento di manodopera.
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È qui che la vicenda degli I.M.I. e l’andamento dell’industria tedesca si incontrano: quando la necessità di dare impulso alla produzione e la contemporanea esigenza di assicurare alti livelli di mobilitazione delle nuove generazioni tedesche al fronte, danno luogo ad una pressante ricerca di manodopera per i settori produttivi del Reich (dall’agricoltura all’industria mineraria, alla manifatturiera).
Partendo dal contesto di produzione tedesco, è possibile quindi leggere l’esperienza degli I.M.I. dal 1943 al 1945 rispondendo ad alcuni interrogativi di fondo: come è strutturata la domanda di manodopera tedesca? In che misura vi contribuisce il contingente italiano? Come può essere descritta la forza lavoro degli I.M.I.
La Riforma della Produzione e la Gestione della Forza Lavoro
Compresa la priorità di incrementare la produzione bellica, nel 1942 Hitler vara un insieme di atti di riforma della produzione di armamenti e della gestione della forza lavoro. Tali atti, sebbene puntino ad ottimizzare la produzione di materiale bellico, sono nondimeno suscettibili di provocare conflitti di competenza tra i quattro protagonisti coinvolti a vario titolo nella loro gestione: il Ministero per gli Armamenti, il Comando Supremo della Wehrmacht (OKW), il Plenipotenziario per l’Impiego della manodopera (GBA) e le Industrie tedesche.
L’8 febbraio 1942, la produzione industriale di armamenti, già competenza dei piani pluriennali di Göring, e la gestione della manodopera “ospite” e coatta - tra cui i prigionieri di guerra già amministrati dall’OKW a cui sono demandate custodia e sicurezza - convergono sulla persona di Albert Speer, nominato Ministro per gli Armamenti e Plenipotenziario per gli armamenti del piano quadriennale (marzo 1942). Lo scopo è quello di far incontrare la domanda di forza lavoro dell’industria e “l’offerta” di manodopera, per la quale Speer è abilitato ad emanare direttive di impiego.
Di fronte alla scarsità della manodopera ed alla rinuncia al doppio incarico da parte di Speer, Hitler è tuttavia obbligato a conferire il compito di reclutare lavoratori, soprattutto nelle zone occupate dell’est, ad un GBA - Plenipotenziario per l’Impiego della manodopera. La scelta cade su Fritz Sauckel, già Gauleiter della Turingia e nazista della prima ora che viene nominato GBA il 21 marzo 1942. Le sue competenze si estendono dal reclutamento alla ripartizione della forza lavoro nelle diverse zone e settori produttivi per razionalizzarne l’impiego.
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Originariamente responsabile in toto dei prigionieri di guerra e della politica degli armamenti, l’OKW vede sottrarsi competenze, prima con l’incorporazione degli Uffici degli armamenti nel Ministero degli Armamenti, quindi con la soppressione dei suoi Uffici economici, infine conservando una competenza residuale sulla logistica e sulla custodia dei prigionieri/lavoratori, fino all’autunno del 1944.
Dal punto di vista industriale, invece, il sistema corporativo tedesco si basa sull’integrazione della produzione finale e dell’industria dei semilavorati/materie prime (Ausschüsse e Ringe) in associazioni di comparto come la RV Khole (Unione delle aziende del carbone) e la Rv Eisen (acciaio). I dirigenti, soprattutto imprenditori dell’industria pesante, godono di una certa influenza sulle politiche di pianificazione della produzione, sia sedendo negli organi locali e centrali per la gestione degli armamenti e della manodopera, sia in posizione di consiglieri diretti dello stesso Ministro Speer.
Riguardo all’effettiva assegnazione dei lavoratori coatti e dei prigionieri, essa avviene, per la maggior parte, secondo una procedura detta dei “moduli rossi - Rotzettel”. Questa prevede una triangolazione di richieste, dalle aziende di importanza strategica, al Ministero degli Armamenti - che trasmette le domande agli Stalag gestiti dall’OKW - secondo procedure di valutazione del fabbisogno che, nel breve termine, penalizzano la produzione di ambiti come l’alimentazione e l’estrattivo in favore di aziende e settori ritenuti prioritari nell’industria bellica.
Gli Stalag, attraverso gli uffici dell’impiego dei Gauleiter (GBA), organizzano quindi la ripartizione della manodopera alle ditte richiedenti. Per coordinare il tutto, il 30 novembre 1942 un decreto congiunto stabilisce finalmente le competenze del Ministero degli Armamenti (individuazione delle priorità dei piani di armamento) e quelle dei Gauleiter (gestione regionale e centrale della forza lavoro). Insieme determinano quote e settori di impiego della manodopera, la cui logistica e sicurezza (dei prigionieri di guerra) continua ad essere a carico della Wehrmacht.
Fino al 1942-43 un discreto numero di italiani sceglie volontariamente di recarsi in Germania per motivi di lavoro, godendo di un relativo trattamento privilegiato. Si tratta dei “lavoratori ospiti” (Gastarbeitnehmer) reclutati su base volontaria con regolare contratto e retribuzione.
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Simona Colarizi, mentre addebita all’aggravarsi della situazione lavorativa e alla pauperizzazione delle risorse e materie prime dell’Italia nel biennio 1941-42 l’afflusso nel Reich di oltre 200.000 mila lavoratori civili italiani - ai dati del febbraio del 1942 - riporta giudizi contrastanti sul trattamento riservato a questi lavoratori, già discriminati, secondo le sue fonti, alla stregua, se non peggio, di prigionieri di guerra.
Un flusso, in realtà molto ridotto, in termini percentuali sul totale della manodopera, che si arresta però intorno al 1942, quando le sorti della guerra sembrano girare. Il lavoro coatto civile in Germania, della cui gestione è investito l’ufficio del GBA, impiega manodopera civile (Zivilarbeiter) reclutata nei paesi di occupazione, in maniera volontaria o meno, a cui viene preclusa capacità contrattuale su durata dell’impiego, possibilità di interruzione del rapporto e mansioni, con relative restrizioni di ordine pubblico e nel godimento delle libertà personali.
L’impiego dei prigionieri di guerra, invece, è contemplato dalla “Convenzione Internazionale sul trattamento dei prigionieri di guerra” (firmata a Ginevra il 27 luglio 1929 anche dalla Germania) che, da un lato ne permette l’impiego in mansioni lavorative compatibili con le loro attitudini fisiche (solo per i soldati e, in mansioni di vigilanza, per i sottufficiali), mentre dall’altro ne limita i settori (no armamenti né materiale destinato ai combattenti).
Arriviamo quindi all’agosto del 1943, quando “nel comparto industriale e in quello agricolo sono già attivi quasi 5,3 milioni di lavoratori stranieri” a cui vanno aggiunti 1.452.860 prigionieri di guerra censiti al 15 agosto di quell’anno (francesi 50,7%, sovietici 34,1%, jugoslavi 6,5%, belgi 3,7%, inglesi 3% e polacchi 2%). La metà di essi (49,7%) trova impiego nell’industria alimentare e nell’agricoltura, il 20,8% nell’industria degli armamenti (esclusa l’industria pesante), il 9% e il 7,6% rispettivamente nell’industria mineraria e nell’edilizia e il restante 12,9% in settori diversi quali l’industria pesante, servizi alla Wehrmacht, le ferrovie, le poste, altri trasporti, richiedenti civili.
Dalla lettura dei dati disaggregati, inoltre, emerge una forte differenziazione nell’impiego dei prigionieri secondo la provenienza nazionale. Questa la situazione immediatamente precedente il settembre 1943, quando la manodopera viene redistribuita per rispondere alle nuove maggiori richieste di produzione di armamenti e dell’industria bellica in generale, oltre che di nuove necessità di reclutamento della Wehrmacht.
Se infatti “all’inizio del conflitto i prigionieri erano stati occupati prevalentemente nel settore agricolo, a partire dal 1941 aumenta progressivamente la loro presenza nella produzione bellica”. Già alla fine del 1943, gli uffici del lavoro assegnano i prigionieri “soprattutto all’industria pesante e degli armamenti (43,2%) e, come «stagionali», al settore agricolo (19%); il 14,4% viene assegnato alle miniere, il 12,2% al settore edile e l’11,2% viene occupato nei lavori di manutenzione del sistema dei trasporti”.
Per i prigionieri di guerra italiani che, per un concorso di cause (periodo in cui vengono internati, necessità di reperimento di lavoratori specializzati, difficoltà nel conferimento all’industria estrattiva, contrasti tra gli enti preposti alla gestione della produzione), entrano nel “mercato del lavoro tedesco” proprio in quella fase, tutto ciò significa essere destinati - ma stavolta senza privilegi - in gran parte all’industria bellica e degli armamenti.
Durante gli anni 1943-1944, inoltre, al contributo dell’Italia alla produzione bellica tedesca concorre anche il notevole volume di materiale di guerra trafugato dai tedeschi al Regio Esercito Italiano dopo l’Armistizio e quello prodotto nel territorio della R.S.I. e messo a disposizione della Wehrmacht.
“Riguardo ai macchinari di produzione” scrive Schreiber “l’Italia produsse per conto della Germania, il fabbisogno di armi e munizioni per le truppe della Wehrmacht che stazionavano sul proprio territorio, insieme ai servizi di manutenzione e riparazione. […] Ciò valeva in maggior misura per la produzione di materiale elettrico e di macchine utensili come per la meccanica di precisione e l’industria ottica.
In complesso vennero spediti in Germania dal settembre 1943 alla fine di giugno del 1944: 12.000 camion, 375 carri armati, 2.200 motori per aerei, 130 aerei da trasporto, 402 caccia, 41 navi da guerra con un tonnellaggio totale di 20.000 t e 12 navi commerciali per un totale di 9.000 t.
La Vicenda degli I.M.I.
La vicenda degli I.M.I. prende corpo proprio durante quell’autunno del 1943. È ben noto come la parabola della prigionia dei militari italiani possa essere suddivisa in tre diverse fasi, ciascuna contraddistinta da cambiamenti di status: dall’8 al 18 settembre 1943 (il periodo precedente alla costituzione della Repubblica Sociale Italiana - R.S.I.) vengono deportati in qualità di “prigionieri di guerra” e trattati secondo quanto stabilito dalle convenzioni internazionali; dalla fine del settembre 1943 al 3 agosto 1944 assumono la denominazione di “Internati Militari”; e dall’agosto 1944 alla “Liberazione” acquisiscono lo statuto di “lavoratori civili”.
La trasformazione in “Internati Militari Italiani” avviene a seguito dell’applicazione il 20 settembre di un ordine di Hitler nei confronti di “quei soldati che non avevano manifestato la loro disponibilità a continuare a combattere o a prestare qualche altro servizio che fosse di supporto allo sforzo bellico, ma che comunque non si erano segnalati per aver preso attivamente parte ad azioni di guerra contro la Wehrmacht. Vennero insomma considerati I.M.I. tutti i prigionieri che avevano posto una resistenza sostanzialmente passiva”.
Secondo quanto ricostruito da Ugo Dragoni “la nuova denominazione perviene ai comandi periferici non prima del 22-24 settembre, per cui i militari italiani in mano ai tedeschi sono riportati nelle tabelle, in un primo momento, come «prigionieri di guerra», poi come «internati militari»”.
Come è composto questo contingente? E verso quali direttrici viene internato? Il Reich, nel 1943, è suddiviso in tredici distretti militari - Wehrkreis (da I a XIII) - più quelli ricavati nelle zone annesse della Polonia occidentale (XX e XXI) e dell’Austria (XVII e XVIII). Ulteriori campi di detenzione dei soldati italiani si trovano anche nel Governatorato Generale di Lublino, che comprende la parte orientale dell’allora Polonia.
Nei dati riportati nel lavoro di Schreiber, il numero dei prigionieri italiani nel Reich e nei territori occupati soggetti alla giurisdizione dell’OKW passa da un totale di 12.862 ufficiali, 11.416 sottufficiali e 296.451 soldati il 1 ottobre 1943 (più 1.213 civili, per un totale di 321.942 uomini) ai 24.400 ufficiali, 23.002 sottufficiali, 546.600 soldati e 707 civili del 1 febbraio 1944 (per un totale di 594.709 uomini). Il 1 settembre 1944, alla vigilia del cambio di status in lavoratori civili, si registrano 18.304 ufficiali, 19.904 sottufficiali, 410.831 soldati e 392 civili (totale 449.431 uomini).
Di questi, il totale degli Internati militari impiegati in attività lavorativa, seppure nel solo Reich e nel Governatorato Generale raggiunge, nel corso del 1944, la media dell’85% (escludendo dal computo ufficiali e civili). In tale quadro operativo, infatti, “i militari italiani vengono indirizzati soprattutto verso le regioni del Reich a più elevata concentrazione industriale. Quanto agli ufficiali, essi vengono dapprima concentrati per lo più nel VI distretto militare e rinchiusi nel lager di Meppen [Oflag VI C] al confine olandese, e in seguito trasferiti nei lager del Governatorato Generale.”
Quanto detto sulle zone a maggiore vocazione industriale costituisce, quindi, già un indizio di come l’utilizzo degli I.M.I. - in prospettiva di reperimento di nuova manodopera - appaia già stabilito al momento della deportazione. “Nelle statistiche ufficiali dei prigionieri in mano germanica si constata”, infatti, “che sottufficiali e truppa sono spediti quasi esclusivamente nella Germania propriamente detta, mentre gli ufficiali sono inviati in Polonia, con i soldati strettamente necessari per espletare i servizi nei campi.
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