La Danza dei Panini di Chaplin: Un'Icona di Ingegno e Disperazione

Nel 2025 ricorre il centenario di La febbre dell’oro, uno dei capolavori assoluti di Charlie Chaplin, che ancora oggi continua ad incantare con la sua miscela unica di umorismo, tenerezza e critica sociale. La febbre dell’oro può essere riscoperto come una pellicola che ha gettato le basi della narrazione cinematografica moderna, utilizzando il linguaggio del corpo e della mimica per veicolare emozioni profonde senza parole.

Charlie Chaplin amava moltissimo la danza. Come sappiamo tutti è stato non solo un attore, ma anche regista, sceneggiatore, produttore e ballerino. Chaplin volle raccontare, attraverso una vicenda ambientata nella corsa all’oro del Klondike, una parabola sull’illusione del benessere materiale e sulla resistenza dell’uomo comune.

La Trama e il Contesto

Il personaggio del povero vagabondo questa volta si trova in Alaska, terra di cercatori d’oro, dove patisce il freddo, la fame e la solitudine. Dopo aver atteso invano Georgia e le sue amiche durante la notte di Capodanno che ha organizzato in casa, si addormenta e sogna l’arrivo delle ragazze, per le quali improvvisa la famosissima danza sul tavolo.

Il Significato della Danza dei Panini

Il pezzo memorabile del film è però la danza dei panini fatta per allietare (in sogno) la serata alla ragazza e alle sue amiche. Nei film di Chaplin al linguaggio si sostituisce in genere la pantomima. Egli non dice d’esser contento perché alcune ragazze verranno a trovarlo, ma esegue la danza silenziosa in cui due panini infilati sulle forchette si muovono come gambe sul tavolo (La febbre dell’oro). La concretezza delle immagini di Chaplin vale più di mille parole.

Alcune trovate sono apprezzabilissime, come la danza dei panini oppure la commuovente corte di Charlot alle donnette del bar, o ancora il tentativo di tenere in piedi la baracca sull'orlo del precipizio. Il film sente pesantemente tutti i suoi anni e non comunica in fondo nessun significato altro.

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Chaplin e la Musica

Del resto ricordiamo che Chaplin era anche un musicista. Quando a partire dal 1927 con l’uscita de Il cantante di Jazz il cinema “scoprì” il sonoro, Chaplin continuò con la pantomima firmando le colonne sonore di capolavori come City Lights (1931) e Modern Times (1936), elaborando un nuovo linguaggio che attingeva all’uso onomatopeico del suono, sincronizzando meticolosamente alle immagini i suoi accompagnamenti musicali.

Come scrisse nella sua autobiografia, l’attore cercava sempre di comporre «musica romantica ed elegante, che fosse in contrasto con il personaggio vagabondo; un contrappunto di grazia e delicatezza, che esprimesse sentimento».

Charlot: L'Eterno Puer

Nel febbraio del 1914 faceva il suo ingresso in scena, in due comiche della Keystone, Charlie, ovvero Charlot per la Francia e l'Italia. "Charlie the kid" lo chiamò in seguito Sergej M. Ejzenštejn, cioè il monello che percepisce la miseria della vita con la libertà di un'allegria propria solo del mondo infantile. Charlie the kid di tutto si fa beffe, esprime anche buoni sentimenti ma il mondo degli adulti lo respinge continuamente, è privo di contenuti morali o moralistici perché possiede, come un elisir mozartiano, l'assoluta leggerezza e l'assoluta libertà: Charlot il Vagabondo è dunque l'eterno puer, allegoria e sintesi dell'artista che si produce in una perpetua pantomima della propria creatività dove confluiscono i più svariati intrecci.

Ma Ejzenštejn non aveva mai concesso niente alla leggerezza e in buona parte non capiva che la danza mimata dell'eterno puer scaturiva dal suo contrario: dall'esperienza pesante e irrimediabile del dolore, dell'abbandono, della fame, della solitudine. Questi fantasmi mai vinti rimasero con Chaplin per l'intera vita e trovarono in Charlot una geniale sublimazione.

La Creazione di Charlot

Si racconta che in un pomeriggio di quel febbraio, Charles Chaplin avesse messo insieme a casaccio, badando solo ai contrasti, indumenti usati, presi da altri costumi: pantaloni troppo larghi e malridotti, giacchetta striminzita, scarpe enormi e indossate con il piede sbagliato per non perderle, bombetta, baffetti ritagliati da altri baffi e bastoncino. E aveva aggiunto quella che sarà la tipica andatura del Vagabondo, nata da un ricordo del vecchio stalliere Rummy Binks, omino pieno di dolori, costretto a camminare dondolandosi appunto come farà molto dopo e per sempre Charlot. Il bambino Charles lo imitava continuamente e la madre e gli altri non riuscivano a trattenere le risate.

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Chaplin avrebbe precisato in seguito che le decisioni di quel pomeriggio non erano state per niente offerte dal caso ma ci aveva pensato assai mentre andava verso il magazzino e proprio per questo, dal momento in cui era entrato in scena, il personaggio era già nato. Ci possiamo credere.

Lo stesso Chaplin ha riconosciuto che il Vagabondo aveva alle spalle Max Linder e inoltre sembrava trasportato di peso, nonostante la sua ridicola e ostentata buona educazione e dignità piccolo-borghese, da Baxter Hall, da Kennington Road, da Lamberth Street: le strade, i quartieri di una Londra amata fino nei più riposti angoli; una Londra scenario fisso, dove passavano personaggi e storie, vita e favola, dove a ogni metro Chaplin aveva visto per anni lo spettacolo della forza inventiva necessaria a sopravvivere. La ricreò alla perfezione per mezzo di Charlot nei vicoli delle sue comiche, nella misera stanza resa funzionale al neonato in Il monello: caffettiera per biberon, sedia di paglia ritagliata per il sederino e così via. Reinventando le forme molteplici del lavoro sconnesso, di chi non sa far niente.

Le Radici del Personaggio

Chaplin regala a Charlot e ai suoi comprimari o comparse persino la follia e le caratteristiche di fantasista della madre, si ricorda dei mendicanti che dormivano lungo i lati del Ritz o, come Charles bambino, all'ospizio di mendicità. La parte di sangue ebraico, in lui più che probabile ("no, io non sono ebreo... ma sono sicuro di avere un po' di sangue ebreo"), sembrava dettare alcuni fondamenti del personaggio che pare incrociarsi con elementi dell'umorismo yiddish: ecco il debole umiliato, salvo nella comicità e nella fuga; attraversa perennemente le strade, la città e il mondo perché non appartiene a nessuna terra e ha il dono di dimenticare il tempo. Eccolo adorare la bellezza e l'innocenza, aspirare a una vita di sola gioia e amore.

Il caso, che molti associano al successo immediato, in realtà è solo un inizio acchiappato a volo, la calamita che attira infinite particelle di ricordi e di situazioni, di esperienze condite con una fantasia artistica e tecnica indistricabile dal resto. Essa aiuta ad avvolgere questo incredibile gomitolo dal quale spunterà subito il filo d'oro, straordinariamente semplice, della pantomima, arte che all'epoca del sonoro Chaplin avrebbe difeso e teorizzato.

Il Canto del Cigno di Charlot

Nel 1936, con Tempi moderni, il Vagabondo Charlot, eroe del cinema muto, recita il suo canto del cigno. Dal posteriore silenzio emergerà l'attore e regista Charles Chaplin costretto all'evoluzione dei tempi, per forza distaccato da quell'arte, senza dimenticarla.

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In Luci della ribalta ci tornerà sopra guidato dalla memoria e dalla nostalgia: Charlot non c'è più, c'è Calvero, il vecchio attore che rende l'ultimo omaggio a Charlie, monello senza patria; alla comicità degli anni Dieci, Venti.

Chaplin scrisse che il segreto dell'arte sta nell'energia ed egli la cercava nel silenzio di una stanza spoglia per molte ore o per giorni interi. Questo gli permetteva, subito dopo, un'ostinazione senza pari nel girare le scene trenta, cinquanta volte; cento volte nel caso del bacio di Adolphe Menjou in La donna di Parigi. Il suo perfezionismo, alleato a un'inventiva che non ammetteva soste, permise negli anni vari miracoli: citare all'infinito sarebbe bello però è impossibile.

Esempi iconici di gag in cui Charlot è protagonista:

  • Il sogno di Il monello
  • Charlot trasformato in pollo, con l'intromissione di un orso nell'inseguimento in La febbre dell'oro e la scena della capanna in bilico nel vuoto, in cui si passa dal modellino alla ripresa dal vero
  • Charlot nella gabbia del leone in Il circo
  • L'apparecchio per far mangiare l'operaio in Tempi moderni, Charlot operaio dentro alle ruote del macchinario e così via

Le Origini Difficili

Un gomitolo composto di tanti fattori: così si presentano i primi venti anni della vita di Charles Chaplin che confluiscono nel personaggio del Vagabondo. Frequentazione saltuaria delle scuole elementari, analfabetismo strisciante fino alla giovinezza, il padre che forma un'altra famiglia e non dà soldi, che spesso sparisce e muore quando Charles ha solo quattordici anni, la madre amata che entra ed esce dal manicomio, la solitudine di un ragazzino sballottato tra collegi e ricoveri di mendicità, molte volte senza un luogo dove andare a dormire. Centro e palcoscenico di un'esistenza randagia e zeppa di colpi di scena, le luci del music hall che nei primi decenni del secolo era diventato la principale attrazione popolare in Inghilterra, in Europa e in America. Molti dai quartieri disgraziati sognavano di trasformarsi in cantanti, fantasisti o attori. Così fu per il padre e per la madre di Charles.

Charlie the kid a quattro anni, con uno spintone nella schiena, si trovò alla ribalta e cantò subito una canzoncina dopo l'altra, eccitato dalle monete che cadevano ai suoi piedi. A ogni artista la vita offre un pozzo per la fantasia, ma l'artista Chaplin esula da un normale uso delle autocitazioni.

L'Arte del Mimo

Charlot percorre capillarmente i luoghi nei quali Chaplin è cresciuto e i fatti, le tecniche necessarie al lavoro nel circo e nel music hall, modifica e innalza l'arte del mimo e della pantomima. Charlot ruba con impudenza ciò che Charles Chaplin aveva visto e imparato: cade di piatto in avanti, gira a vuoto su un piede solo, alza una gamba a compasso, si rotola avanti e indietro in salti mortali e capriole; sa usare il tempismo dei clown giocolieri, i pattini e il trapezio. Può girare scene di pericolo, in mare e in montagna. Avvolge l'infanzia e l'adolescenza del suo inventore con un'ineccepibile, sorvegliatissima mimica, e la vera Londra, pericolosa e disperata, di comicità. Così Chaplin trasferisce nell'arte le avventure innumerevoli, le permea di sé e le distacca insieme.

Gli Inizi nel Teatro e nel Music Hall

Nel 1903, a quattordici anni, Charles Chaplin aveva recitato per la prima volta nella parte di un fattorino al teatro di Kingston e al teatro di Fulham, e quindi nello Sherlock Holmes di H.A. Saintsbury. Seconda tappa a diciassette anni, è il Casey's Court Circus e nel 1908 arriva il primo contratto con la compagnia di Fred Karno con il quale resterà fino al 1913, anno nel quale firmerà il contratto cinematografico per la Keystone a Los Angeles. Ha ventiquattro anni. Ma ha già viaggiato con Karno in Europa e in America.

I cinque anni di esperienza nel music hall e gli insegnamenti di Fred Karno furono essenziali. Ripeterà modificandole persino le sue vecchie macchiette teatrali. Le capacità di mimo, acrobata, trasformista, ginnasta vengono giocate in funzione di quell'arte della pantomima che esalterà in seguito, quando il sonoro insidierà il suo successo. Dunque è dal copione composito del music hall, un po' circo, un po' prosa, e soprattutto varietà, che nasce il singolare apprendista di Karno, per ben ventidue anni fedele come Charlot alla specificità artistica di questo genere teatrale.

La Psicologia nel Personaggio di Charlot

Messo al mondo Charlot, Chaplin aggiunge subito alle trovate ripetitive degli inseguimenti parossistici, delle slapsticks, delle torte in faccia, un elemento nuovo: la psicologia. Karno la insegnava e spiegava perché era essenziale trasformare i personaggi da burattini sconclusionati a uomini. Proprio la psicologia s'intravede subito in Charlot come singolarità. È la prima volta che un personaggio comico se ne avvale. Di conseguenza, in poco tempo Charlot riesce a far dimenticare la vecchia comicità, che conclude con lui la sua stagione d'oro. Finisce il montaggio rapidissimo, teorizzato e officiato da David W. Griffith. Le sequenze vengono organizzate narrativamente, l'osservazione dell'ambiente, mai prima considerata essenziale nei cortometraggi comici, diventa portante dell'insieme. Il personaggio è tutt'uno con la sua specifica personalità, non solo con le trovate comiche. L'attore-regista, che tale diventerà Chaplin già nel 1915, attraverso le avventure di Charlot ci offre il mondo intero: sarà la città, la provincia; saranno i mestieri, i tipi sociali, la povertà e dalla povertà l'invenzione della sopravvivenza.

Charlot fondava il regno delle gag sempre più fantasiose, in bilico tra invenzione astratta e verità, nelle quali non sarebbe mai stato superato. Ma le gag erano legate indissolubilmente al personaggio, a differenza delle slapsticks non erano ripetibili senza di lui.

Il Grafico della Fortuna di Charlot

Un lavoro e una carriera senza soste. Il grafico della fortuna di Charlot non avrà mai cedimenti: 1914, dopo i brevi filmati tradizionali della Keystone, in un lungo film, Il fortunoso romanzo di Tillie o Il romanzo di Tillie, vediamo per la prima e l'ultima volta Charlot spalla di un'attrice comica vecchia maniera, Marie Dresser, allora notissima. 1915, la Essanay: nuovo contratto, aumenta la popolarità e l'autonomia. Quattordici comiche e sfilano l'imbianchino, la banca, lo sguattero, la nave, i poliziotti, il ladruncolo, il gentiluomo. In Charlot a teatro Chaplin riprende il numero teatrale dell'ubriaco nel doppio ruolo di gentiluomo in platea e del fannullone in loggione con un incrocio di gag irresistibili. Siamo già a un punto fermo del grande Charlot. Ritroveremo l'ubriaco e gli ubriachi fino alla perfezione dell'amico ritrovato di notte e rifiutato di giorno in Luci della città.

Il diagramma del successo continua a salire con il passaggio alla Mutual Film Corporation. Chaplin ora è un comico pagatissimo, amato, di fama intercontinentale. La sua ossessività viene spronata da un'inventiva instancabile, finisce e si accinge subito ad altro. La partner è di solito la bionda Edna Purviance che deve riassumere nella sua presenza buona i sentimenti positivi che Charlot cerca e desidera, comica dopo comica. Il commesso, il pompiere, il nottambulo, il pattinatore, l'evaso, l'emigrante. Siamo nel 1917: uno stile sempre più definito, la satira sociale sempre più netta e netto il rifiuto della tragedia, mentre, come ha detto lo stesso Chaplin, "è il patetico del quale ho bisogno". Infatti il patetico è un immancabile sottofondo al cinismo dell'inerme, è il suo riscatto per attirare la simpatia universale ma non lo scosta mai troppo a lungo dal comico, permette a qualsiasi traversia o sentimento di provocare le risate.

L'Emigrante: Un Capolavoro in Due Bobine

Il primo capolavoro in due bobine è L'emigrante: per 542 metri di pellicola, 27.000 metri di girato, quanto aveva raggiunto Griffith per The birth of a nation. Ma Chaplin ormai è un autore al quale non si può negare niente. Non sapremo mai quanti fagioli è stata costretta a mangiare la povera Edna Purviance per la scena del pranzo, sappiamo che dopo tre giorni la dolce Edna si è ribellata e si è rifiutata di mangiare ancora un solo fagiolo. E non avremo mai idea di quante volte è stata rifatta la gag indimenticabile degli emigranti quando immergono simultaneamente il cucchiaio in una ciotola che passa loro davanti a caso per il beccheggio della nave. Infine un rilievo: la satira sociale diventa esplicita quando gli emigranti, tenuti indietro da una corda, vedono passare vicino alla nave la statua della libertà. Un segnale di cambiamento. Non è un caso che la carriera di Charlot in Tempi moderni si concluda come operaio sfruttato e considerato meno di un oggetto.

Chaplin Produttore

Per un contratto di un milione di dollari Chaplin diventa egli stesso produttore. È amato, inarrivabile e perfetto: siamo nel 1918, con Vita da cani e Charlot soldato. A questo punto è impossibile riassumere un tessuto strettissimo di filmati. C'è da rilevare almeno che alcuni dei soliti temi e altri emergenti si trasformeranno e allargheranno nei quattro lungometraggi, riconosciuti come i suoi capolavori. Qui le date rimandano all'industria del cinema in continua evoluzione. E l'evoluzione vale non solo per il cinema ma per la società.

Le date dei suoi capolavori:

  • Il monello esce nel 1921
  • La febbre dell'oro nel 1925
  • nel 1931 Luci della città
  • nel 1936 Tempi moderni, quando ormai il sonoro da anni aveva cancellato il cinema muto e insidiava decisamente Charlot e l'arte della pantomima

Quando cominciò a girare Il monello Chaplin aveva trent'anni e non sappiamo quanto fosse consapevole che da quel momento lui e il suo personaggio sarebbero entrati nella storia.

La Febbre dell'Oro: Fame e Fantasia

Charlot è nel Klondike sulle tracce del prezioso metallo, ma su di lui hanno più presa gli occhi di una ballerina. Dopo una tempesta di neve Charlot si ritrova in una capanna in bilico sul baratro, in compagnia di un altro cercatore, il corpulento Giacomone che, affamato, lo scambia per un gigantesco pollo e tenta di divorarlo. Charlot si deve poi accontentare di una scarpa e dei suoi lacci come spaghetti.

Una scena che è passata alla storia del cinema è quella in cui Charlot mangia uno stivale con grande eleganza. Arrotola i lacci come se fossero spaghetti, succhiando i chiodi che tengono attaccata la suola allo scarpone come fossero ossi di pollo. La descrizione della fame che attanaglia il protagonista non è ottenuta banalmente mostrando il contrasto tra il pasto di un ricco e quello di un povero. Si utilizza una similitudine, inesistente nella realtà, tra il cibo gustoso e uno stivale sporco.

La Critica Sociale

Attraverso le disavventure del poverissimo cercatore d’oro, il grande genio inglese ha rivolto un’altra invettiva contro un sistema capitalistico all’origine della degenerazione dei rapporti umani. Con una dichiarazione forse non troppo famosa Chaplin diceva: Sono diventato ricco recitando la parte del povero. La dichiarazione calza perfettamente con il senso ultimo di un film come La febbre dell’oro (The gold rush, 1925). Il senso del film, sferzante e polemica critica ad un capitalismo che capovolge il senso delle cose, sembra trovare una conferma nell’immagine di Big Jim sulle spalle del piccolo Charlot.

Nella scrittura e nella resa finale il film, in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma come quasi sempre nel cinema educativo di Chaplin, si sente l’indignazione del diseredato nei confronti delle storture di un sistema, anche e soprattutto capitalistico, che è all’origine della degenerazione dei rapporti umani. È così che la favola di Charlot cercatore d’oro si trasforma in un atto d’accusa celato ed edulcorato, nei confronti di un sistema poco incline a valutare le sottigliezze poetiche che Chaplin indicava nei suoi film. Si tratta di caratteristiche costanti nella filmografia chapliniana che troveranno maggiori e più evidenti conferme nei suoi film successivi.

Chaplin era un altro one man band, un artista profondamente libero, la sua estrazione assai modesta resta un segno essenziale dentro la maschera di Charlot, dignitosissimo povero mai in vendita e sempre orgoglioso della sua povertà. Il disincanto e l’immaginazione costruiscono il resto di questo personaggio malinconicamente allegro e poeticamente solidale. Un uomo ideale, un personaggio da favola che ha abitato una realtà sempre ostile. Ma del resto La febbre dell’oro resta quella splendida invenzione di un artista che non smette mai di essere moderno, che non smette mai di incantare, con la sua malinconia sempre speranzosa, spettatori di ogni età, l’autore “natalizio” dei bambini e la coscienza critica del Davide contro il Golia, da adulti.

L’immaginazione di Chaplin, d’altronde non smette di accompagnarci e nella nostra memoria non possono cancellarsi le immagini costruite per questo film: la cena con la scarpa, la sequenza della casa penzolante sull’orlo del burrone o l’indimenticabile sequenza della danza con i panini.

L'Importanza dell'Immagine

Bisogna premettere che la sua grandezza è legata essenzialmente al cinema muto il quale, per la sua stessa natura, riponeva tutta la sua forza espressiva esclusivamente nell’immagine. L’intervento della parola sarebbe stato, nelle pellicole della prima parte della sua carriera, un’aggiunta inutile, un sovrappiù che avrebbe appesantito un’opera già perfetta.

Il cinema è un’arte visiva e dovrebbe essere fondata sul valore delle immagini. La parola ha semplicemente la funzione di chiarire il significato delle sequenze del film in maniera rapida evitando l’impiego di noiosi passaggi di raccordo. L’importanza dell’immagine è un aspetto fondamentale che ad esempio distingue il cinema dal teatro. Infatti, mentre il primo è il regno dell’immagine, il teatro è il regno della parola.

Il Sonoro e la Perdita di Qualità Estetica

Nelle sue pellicole mute Chaplin era riuscito a trasformare quello che alcuni ritenevano un limite del film - l’incapacità di rendere il suono - in una qualità, in un pregio. La supremazia che giustamente Chaplin accordava all’immagine veniva messa in discussione dall’elemento sonoro che poco aveva a che fare con un’arte visiva come il cinema.

Altre Gemme dell'Arte di Chaplin

Attraverso un cinema essenziale Chaplin riesce spesso a raggiungere esiti di alta poesia. Basti pensare all’episodio della fioraia cieca di Luci della città (1931), film che è uno dei vertici assoluti del cinema muto. La toccante sequenza in cui la fioraia che, operata, ha riacquistato la vista riconosce in Charlot il benefattore che ha cambiato la sua vita, si impone per una delicatezza e lirismo che raramente la settima arte ha saputo eguagliare in seguito.

La modernità intesa nel senso dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo viene critica, con la consueta irresistibile successione di gag visive, in Tempi moderni (1936) mentre Il grande dittatore (1940) è una potente satira contro i regimi nazisti e fascisti.

Il Declino con l'Avvento del Sonoro

L’avvento del sonoro, come detto, vede il suo lavoro perdere di vitalità estetica. Questa innovazione comporta notevoli cambiamenti nella realizzazione delle opere filmiche costringendo i registi a tener da conto di un nuovo elemento nella costruzione della pellicola. La determinazione della scansione ritmica ai tempi del muto dipendeva unicamente dalla cadenza con cui si susseguivano le inquadrature. Oggi può venir determinata dal volume e dalla colonna sonora.

Alcuni film sonori di Chaplin inclinano verso un’amara visione dell’esistenza come dimostrano Monsieur Verdoux (1947) e Luci della ribalta (1952). In quest’ultima pellicola possiamo scorgere nel personaggio dell’anziano pagliaccio oramai incapace di far ridere il pubblico, una trasparente analogia con lo stesso Chaplin, un gigante del muto che aveva sempre visto nel sonoro un nemico dell’arte.

A chiudere la sua straordinaria carriera è un’opera tutt’altro che memorabile. Ci riferiamo alla fiacca commedia La contessa di Hong Kong (1967) che segna anche l’incontro del grande regista con il colore. Una triste sorte sembra accomunare due grandi del cinema, due maestri. Dreyer e Chaplin vengono accusati di senescenza artistica, a poca distanza l’uno dall’altro, dopo Gertrud e La Contessa di Hong Kong.

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