Da quando fu scritta nel 1888, la commedia di Edoardo Scarpetta non ha mai smesso di essere rappresentata nei teatri italiani, da professionisti e innumerevoli compagnie di dilettanti. E' diventata una delle pietre miliari della nostra cultura popolare, vero e proprio inno al genio napoletano e all'arte di arrangiarsi, che affonda le sue radici nella commedia dell'arte, mescola il gioco degli equivoci con i temi della fame e della miseria, parla di nobiltà vera (d'animo) e nobiltà presunta (di classe e di censo).
Miseria e nobiltà è il film del regista Mario Mattoli, tratto dalla celebre opera teatrale di Eduardo Scarpetta. Il film presenta una matrice teatrale e ruota intorno al gioco d’interpretazione di personaggi poveri. Gli attori nel film fingono di interpretare una parte completamente distante ed estranea dal loro modo di vivere.
La comicità nasce dall’interpretazione di uomini miseri che fingono di essere dei nobili. La trama segue un percorso lineare: due famiglie versano in una condizione di estrema miseria che li costringe a vivere sotto lo stesso tetto e a saltare alcuni pasti della giornata. Felice e Pasquale, i padri delle rispettive famiglie trascorrono le loro giornate in cerca di lavoretti per arrangiarsi e portare almeno un pezzo di pane a casa.
Un giorno la fortuna sembra finalmente bussare alla porta: il marchesino Ottaviano desidera sposare una ballerina figlia di un cuoco arricchito. Non ricevendo l’appoggio sperato dai genitori, si rivolge a questa famiglia di poveri miserabili e chiede loro di far finta di essere suoi parenti.
Alzi la mano chi non ha mai visto la scena di Toto' che balla sul tavolo con gli spaghetti in tasca. Ormai siamo nel regno dell'immaginario collettivo: quando si nomina Miseria e nobiltà è quella la scena che viene subito in mente, quella che sancisce e preserva l'immortalità dell'opera.
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Emblematica è la scena del film in cui le due famiglie si radunano intorno alla tavola per mangiare gli spaghetti con una fame atavica e primordiale, una fame che non si smette di soffrire nemmeno a stomaco pieno. Il principe della risata, Antonio De Curtis, in arte Totò, nei panni del napoletano squattrinato Felice Sciosciammocca, con la mano si porta gli spaghetti in bocca e li mette in tasca. E per "Miseria e Nobiltà" di Mario Mattioli, il 1954 è l'anno esatto per diventare un vero e proprio cult nella storia del cinema italiano.
Quella di Eduardo Scarpetta, è una commedia incentrata sulla contrapposizione di due condizioni: la nobiltà e la povertà. La povertà viene presentata senza inganno e dispiaceri, senza filtri. Ed è quella condizione che ti spinge a mangiare gli spaghetti con le mani e a indossare lo stesso abito tutti i giorni, anche a Natale e a Capodanno. Tutta questa miseria viene raccontata con naturalezza e con una forte dignità, perché non c’è nessuna vergogna nell’essere poveri e soprattutto, ‘l’unica vera miseria è la falsa nobiltà’.
E' vero… la trasposizione cinematografica di Mario Mattoli non va aldilà del puro e semplice teatro filmato, ma l'opera di partenza ha una vis comica talmente devastante da oltrepassare qualsiasi limite formale, qualsiasi difetto di messa in scena.
E poi il film di Mattoli ha la fortuna di avvalersi di una schiera di attori e caratteristi straordinari, che fanno dell'inventiva e dell'improvvisazione un'arma vincente: Carlo Croccolo, col suo tormentone "bellezza mia", una giovanissima Valeria Moriconi, Sophia Loren nel pieno del suo splendore, un grande Enzo Turco.
I duetti tra Sciosciammoca e Pasquale il fotografo sono irresistibili: "In questa casa si mangia pane e veleno - Solo veleno Pasqua'…"; "Principe, fratello mio, vorrei capire anch'io - Ma cosa vuoi capire tu!". E soprattutto c'è Dolores Palumbo, unica nella parte della vasciaiola vipera incazzata, la moglie che nessuno vorrebbe mai avere: "Statte zitta tu, funiculare senza currente! - Uè, mia moglie la tiene la corrente!". Ancora oggi è impossibile non ridere.
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