Il mio primo impatto con il successo non fu per nulla memorabile. Facevo l'aiuto cameriere alla tavola calda di Marx. L'anno era il 1934. Il luogo, l'incrocio fra la Terza e Hill, Los Angeles. Avevo ventun anni, e per me il mondo era delimitato a ovest da Bunker Hill, a est da Los Angeles Street, a sud da Pershing Square e a nord dal Civic Center.
Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata, e tu non ci sei mai stato prima. Puoi immaginare, da altre storie che hai letto, di conoscerla bene, ma quelle storie ti hanno illuso, accogliendoti come un amico, trattandoti come se fossi uno del posto. La verità è che tu sei un alieno, in tutto e per tutto, arrivato da un altro tempo e da un altro luogo.Quando ho catturato il tuo sguardo la prima volta e tu hai deciso di seguirmi, probabilmente pensavi di arrivare qui e sentirti a casa. Ma adesso ci sei davvero, in quest'aria fredda, tagliente, trascinato nell'oscurità più nera, e inciampi su un terreno accidentato, senza riconoscere nulla.
Inizi e Difficoltà
Era duro, l'inverno del 1933. Quella sera, arrancando verso casa attraverso fiamme di gelo, con le dita dei piedi che mi bruciavano, le orecchie che andavano a fuoco, e la neve che mi turbinava intorno come un nugolo di suore furibonde, mi fermai di colpo. Era giunto il momento di tirare le somme. Con la pioggia o col sereno c'erano delle forze al mondo che cercavano di distruggermi.Dominic Molise, mi dissi, aspetta un attimo. Sta andando tutto secondo i tuoi piani? Esamina attentamente la tua condizione, considera obiettivamente il tuo stato.
Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado.
Aneddoti e Riflessioni
La prima cosa che disse mio padre quando lo rilasciarono fu che ci invitava a una mangiata di ostriche. E, di fronte al silenzio sconcertato di tutti noi che lo aspettavamo sul portone del commissariato, aggiunse solennemente: "La libertà va sempre festeggiata". Mi colpivano le frasi di mio padre. Brillavano come pietre bagnate al sole. Sentendogliele pronunciare, mi si colmava il cuore di gioia oppure lo sentivo pulsare all'impazzata di rabbia.
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Stavamo cenando quando zio Clito emerse dalla tempesta di neve. Si tolse le soprascarpe, si alitò nelle mani ghiacciate, e fece il suo ingresso in sala da pranzo. Papà gli chiese se voleva un po' di pasta e fagioli, ma disse di no. A cavalcioni su una sedia, il mento poggiato sullo schienale, i suoi vigili occhi scuri presero a esaminare il tavolo. Presero nota del vino, di quanto papà ne aveva bevuto, di quanto burro avevamo spalmato sul pane, e di tutto il resto. Mamma si aggiustò il vestito e i capelli. Con zio Clito bisognava stare bene attenti: era maestro nello scoprire qualcosa fuori posto.
Paure e Sentimenti
Stanotte ho saputo che c'eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo al buio con gli occhi spalancati e d'un tratto, in quel buio, s'è acceso un lampo di certezza: sì, c'eri. Esistevi. Ed è stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando a ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato dal nulla, per aggianciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato.
Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incessante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distorti, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l'implacabilità della lava che nel suo straripare divora ogni ostacolo, assordandole con il suo zi, zi, zi.
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