L'immagine internazionale più corrente dell'Italia evoca ancora oggi pizza, spaghetti, mandolino e mafia, specialmente nei tabloid tedeschi e britannici e nel cinema caricaturale. Tra questi elementi, il mandolino è lo strumento musicale più identificato con l'italianità, o meglio, con una certa idea di italianità mediterranea, meridionale, cialtronesca e musicale.
Nonostante tutto, siamo un popolo di musicisti e teatranti, oltre che di poeti, santi e navigatori. Il mandolino è diventato uno strumento etnico nel corso dell'Ottocento, grazie alla sua ampia diffusione popolare, soprattutto nell'Italia meridionale, favorita dal formato ridotto e dalla maneggevolezza. La caratteristica tecnica del tremolo, prodotta con il plettro, crea l'effetto di una melodia sostenuta.
Il mandolino è innegabilmente uno strumento italiano. Le sue origini risalgono alla metà del Seicento, ma fino al secolo successivo i termini «mandolino» e «mandola» sono stati adoperati per indicare lo stesso strumento: simile al liuto ma di taglia minore, in genere armato di sei «cori» cioè corde doppie di budello fissate alla tavola armonica mediante una traversina che funge anche da ponticello e pizzicate sia con le dita sia con una penna (l’accordatura più frequente è sol-si-mi-la-re-sol).
Questo è lo strumento che, una volta ridisegnato e rinforzato a metà Ottocento probabilmente dalla famiglia Monzino di Milano, sarà chiamato «mandolino milanese» con un termine poi entrato nell’uso comune per designare anche, retrospettivamente, tutti gli strumenti più antichi riconducibili alla stessa tipologia. Nel Settecento erano apparse molte varianti regionali diversificate nel numero e nel materiale delle corde, nei dettagli costruttivi e nell’accordatura.
Sviluppato dagli anni 1740 dai costruttori della famiglia Vinaccia, il «mandolino napoletano» differisce dal «milanese» per una serie di particolari costruttivi - la cassa, per esempio, è più profonda e bombata - ma soprattutto per il numero delle doppie corde, quattro anziché sei, e per l’accordatura, identica a quella del violino (sol-re-la-mi). Intorno al 1835 Pasquale Vinaccia diede allo strumento che oggi conosciamo come mandolino tout court la sua configurazione definitiva, introducendo tra l’altro le più risonanti corde d’acciaio - da pizzicare col plettro - al posto di quelle di budello e di ottone usate sino a quel momento.
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Sin dalle origini il mandolino è stato uno strumento tipico della musica popolare come dell'intrattenimento aristocratico dei dilettanti, e viene utilizzato con una certa frequenza pure anche nella musica d’arte. Da questo punto di vista la storia dello strumento - e delle sue due tipologie prevalenti - conosce fasi alterne.
Il Mandolino nella Musica Classica
Nel XVIII secolo il mandolino, oltre a trovare impiego come tocco coloristico nelle partiture di opere e oratori di autori illustri come Vinci, Händel e Hasse, diviene destinatario di una cospicua produzione di sonate e di concerti. Antonio Vivaldi impiega lo strumento nel Concerto RV 425 e nel doppio Concerto RV 532, risalenti agli anni Trenta e scritti verosimilmente per il marchese ferrarese Guido Bentivoglio, e poi ancora nello spettacolare Concerto RV 558, eseguito nel 1740 alla Pietà, dove una coppia di mandolini partecipa a un organico solistico sontuoso con due «violini in tromba marina», due flauti, due chalumeaux, due tiorbe e un violoncello.
Sensibile come nessun altro compositore dell’epoca all’invenzione timbrica, Vivaldi valorizza in maniera straordinaria il suono esile e breve dello strumento con un trattamento assai leggero degli archi. Per il Concerto RV 425 è prevista anche la possibilità di un’esecuzione alternativa, «Si può anco fare con tutti li violini pizzicati», con i violini dell’orchestra sottoposti cioè a un mimetismo che li fa suonare come mandolini in una suggestione da fiabesco carillon.
Nel frattempo a Napoli il costituirsi di un repertorio per il nuovo tipo di mandolino nel corso del Settecento appare un fenomeno rilevante, da leggere anche alla luce dell’enorme successo europeo dello strumento con una produzione di sonate e concerti di numerosi autori partenopei, alcuni piuttosto noti come Carlo Cecere, Emanuele Barbella, Gaspare Gabellone, Tommaso Prota, Gioacchino Cocchi e Gian Francesco De Majo, altri invece pressoché sconosciuti come Giuseppe Giuliano, Domenico Caudioso e Vito Ugolino.
La produzione napoletana per mandolino sembra porsi ancora una volta all’incrocio tra il professionismo di virtuosi e maestri - due dei quali, Giovanni Battista Gervasio e Gabriele Leone, prenderanno presto la via dell’Europa - e le pratiche dei dilettanti. Al contempo la produzione per mandolino dei compositori napoletani si diffonde a livello internazionale, come mostrano la famosa Collezione Gimo, assemblata dal gentiluomo svedese Jean Henri Lefebure nel 1762 e oggi conservata a Uppsala, oppure i fondi di musica per mandolino conservati a Parigi.
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Un periodo di splendore per lo strumento è compreso tra la seconda metà del Settecento e gli anni Venti dell’Ottocento, quando l’imporsi del gusto romantico ne segnerà, comprensibilmente, la fine. Gli editori musicali pubblicano raccolte di composizioni e nelle opere teatrali si ricorre allo strumento per la sua simbologia popolare in serenate e canzonette: «Saper bramate bella il mio core» del Conte d’Almaviva nel Barbiere di Siviglia (1782) di Paisiello e «Deh, vieni alla finestra o mio tesoro», che Don Giovanni canta alla cameriera di Donna Elvira nell’opera di Mozart (1787).
Due lavori importanti sgorgano in questi anni dalla penna di Johann Nepomuk Hummel: la Grande Sonata op. Anche Beethoven si occupa dello strumento intorno al 1796, a Praga, con alcune deliziose composizioni per mandolino e pianoforte, scritte soprattutto per la contessa Josephine de Clary (una cantante dilettante amata dal compositore e poi andata in sposa al conte Christian Clam Gallas).
Poi nel corso dell’Ottocento il mandolino quasi scompare dallo scenario della musica d’arte, tanto che nel Grand traité de instrumentation (1843) Berlioz lamenta come, persino all’Opéra di Parigi, la parte dello strumento nella canzonetta del Don Giovanni venga ormai abitualmente affidata a un violino pizzicato o a una chitarra. L’unica eccezione è impersonata dalla carriera internazionale di un grande virtuoso, il milanese Pietro Vimercati, discendente da un’antica famiglia di costruttori, acclamato in tutta Europa come «il Giuliani del mandolino» (Eduard Hanslick), in riferimento al virtuoso della chitarra Mauro Giuliano, o «il Paganini del mandolino» (Gustav Schilling).
Bisognerà attendere la seconda metà del secolo perché prenda avvio una nuova stagione per lo strumento. Al di là della riapparizione del mandolino in illustri opere teatrali, tra cui l’Otello (1887) di Verdi, la rinascita partirà dall’Italia come fenomeno culturale e sociale quando lo strumento diviene alla moda nell’alta società e persino a corte, dove trova un’appassionata cultrice nella regina Margherita di Savoia.
Sostenuto dall’attività concertistica di Giovanni Vailati e Luigi Bianchi, il rinnovato interesse per il mandolino dà vita ad associazioni, orchestre di dilettanti e, dal 1892, a un concorso nazionale, per estendersi poi fuori dei confini italiani grazie all’attività di virtuosi, compositori e insegnanti come Carlo Munier, Raffaele Calace e Silvio Ranieri.
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Con il nuovo significato attribuito nel Novecento dal timbro, la particolare voce del mandolino ritorna a sollecitare l’inventiva di molti compositori, da Mahler a Schoenberg, da Hindemith a Webern, da Stravinskij a Boulez, mentre poi con il movimento dell’Early Music si avvieranno gli studi sulle tipologie più antiche dello strumento (decisivi, a tale riguardo, il libro di James Tyler e Paul R. Negli ultimi anni il mandolino è sempre più al centro di ricerche e registrazioni molto affascinanti.
Nel 2021 è stato pubblicato dalla Turchini Edizioni il volume Il mandolino a Napoli nel Settecento, a cura di Anna Rita Addessi, Lars Berglund, Paologiovanni Maione e Mauro Squillante, che raccoglie gli atti di un convegno internazionale tenutosi nel 2018. E si succedono le registrazioni, tra le quali Come una volta, con Julien Martineau, il Concerto Italiano e Rinaldo Alessandrini, comprendente musiche di Vivaldi, Caudioso e Calace (Naïve, 2019). E quella di Avi Avital con Il Giardino Armonico e Giovanni Antonini (Deutsche Grammophon, 2023), contenente anche il gran Concerto di Hummel, di cui abbiamo parlato di recente su Music Paper.
Ora esce l’ultimo, splendido album di Anna Schivazappa, che ha già dedicato alcuni pregevolissimi dischi al mandolino settecentesco, intitolato Un air d’Italie. Tre sono gli strumenti utilizzati da Anna Schivazappa in questo capolavoro di virtuosismo, sensibilità, gusto interpretativo raffinatissimo, a testimonianza della complessità della storia del mandolino cui si faceva riferimento sopra: un mandolino napoletano di Antonio Vinaccia (Napoli, 1768), un mandolino contemporaneo di Tiziano Rizzi (Milano, 2017), un mandolino lombardo sempre costruito da Tiziano Rizzi (Milano, 2010) sul modello di uno strumento di Antonio Monzino (Milano, 1792) oggi conservato al Museo Teatrale alla Scala. Nelle foto, mandolinisti d’oggi e suggestioni settecentesche.
La Canzone "Pizza, Spaghetti e Mandolino"
«Pizza, spaghetti e mandolino»: ecco come ci vedono noi italiani all'estero. Eppure, riuscire a incasellare in una sola formula psicologica e caratteriale ciò che è definibile come "italiano" non è sempre facile. A quanto pare, invece, per Stanis La Rochelle si tratta di un gioco da ragazzi. E così, certi atteggiamenti un po' consolidati, e legati a un certo conformismo di forma, diventano subito "molto italiani" agli occhi di un personaggio come quello interpretato da Pietro Sermonti.
Stella della produzione visiva di serie B, diretto discendente di quella serialità un po' pecoreccia, divo insignito del sacro fuoco della narcisistica e ingiustificata autostima, Stanis non ha paura di affermare che anche una mente geniale come William Shakespeare, o un autore come Wim Wenders, ultimamente siano diventati "un po' troppo italiani". Un epiteto pronto a essere preso in prestito e riutilizzato in contesti extra-diegetici, quando tra amici vogliamo scherzosamente schernire parenti, conoscenti e amici per una mentalità, o un comportamento un po' anacronistico, incoerente, obsoleto, insomma molto italiano.
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