Plastica negli Hamburger: Cause e Conseguenze

La questione dei corpi estranei accidentalmente presenti negli alimenti è un tema di interesse per molte aziende del settore alimentare. Tra questi corpi estranei, la plastica sta emergendo come una preoccupazione crescente, soprattutto nei cibi da fast food come gli hamburger.

La Presenza di Ftalati negli Alimenti

Sostanze chimiche organiche derivate dal petrolio, gli ftalati sono impiegati in diversi settori per migliorare la flessibilità e rendere 'plastici' alcuni materiali (come il Pvc) usati per realizzare una serie di prodotti industriali e di consumo. Per anni sono stati oggetto di studio, soprattutto a causa delle eventuali conseguenze sulla salute umana dovute alla contaminazione di suoli e mangimi animali. Attraverso queste fonti di esposizione, infatti, tali composti possono trasferirsi alla carne e al latte, ma anche ai grassi vegetali, entrando in circolo e agendo come interferenti endocrini e causando quindi disturbi al sistema riproduttivo, malattie metaboliche come diabete e obesità, ma anche asma, disturbi neurologici, cognitivi, comportamentali e motori.

Nel tempo la gamma di cibi a cui guardare con sospetto si è ampliata, a causa del crescente utilizzo degli ftalati nella produzione di involucri e contenitori destinati al contatto con gli alimenti, utilizzati tanto nel confezionamento dei cibi industriali quanto nell’ambito della ristorazione da asporto. Anche i fast food sono finiti sotto la lente d’ingrandimento, soprattutto da quando uno studio finanziato dall’Istituto nazionale statunitense di Scienze della salute ambientale e condotto dalla George Washington University ha dimostrato che chi mangia spesso fuori casa (soprattutto chi si rivolge alle grandi catene della ristorazione veloce) è maggiormente esposto agli ftalati. I ricercatori hanno sottoposto 8.877 persone dapprima a un questionario in cui veniva richiesto di indicare dove avessero mangiato nelle 24 ore precedenti e poi a un test delle urine.

Studio in Texas: Concentrazioni di Plastificanti Chimici

Un altro studio, condotto in Texas, ha invece quantificato le concentrazioni di plastificanti chimici presenti nel cibo dei fast food. I ricercatori hanno verificato la presenza di 11 sostanze chimiche in 64 campioni di hamburger, patatine fritte, bocconcini di pollo, burrito di pollo e pizza al formaggio serviti dalle sei più importanti catene statunitensi di ‘ristorazione veloce’ (McDonald’s, Burger King, Pizza Hut, Domino’s, Taco Bell e Chipotle). Dai risultati, pubblicati nell’ottobre 2021 sul Journal of Exposure Science & Environmental Epidemiology, è emerso che tutti gli alimenti esaminati contenevano uno o più ftalati, come il DnBP, presente in più dell’80% dei campioni e collegato a un aumentato rischio di asma, e il Dehp, riscontrato nel 70% dei cibi e ritenuto responsabile di una maggiore incidenza di problemi riproduttivi.

Oltre agli ftalati, questo studio è stato il primo a rilevare anche la presenza, in oltre l’86% dei campioni, di tracce di altri plastificanti chimici alternativi (come il diottiltereftalato o Deht), i cui potenziali effetti sulla salute e sull’ambiente non sono ancora stati accertati. E, sebbene risalire alle fonti contaminanti non facesse parte dello studio, i ricercatori hanno ipotizzato di poterle identificare lungo tutta la filiera di questo format di ristorazione: dagli imballaggi delle materie prime ai macchinari di elaborazione come tubi e trasportatori industriali, fino ai guanti utilizzati per maneggiare le pietanze e le confezioni di cartoncino in cui sono servite.

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Nello specifico, gli autori hanno individuato livelli più alti di ftalati nei piatti a base di grano e nella carne, mentre i burritos al pollo e i cheeseburger sono stati segnalati per l’elevata concentrazione di Deht. Per valutare definitivamente quali sono i collegamenti tra la presenza di ftalati nel cibo e i problemi per la salute occorreranno anni di studi, ma i risultati preliminari hanno allarmato un gruppo di scienziati e professionisti della salute statunitensi coinvolti nel progetto Tendr (Targeting Environmental Neurodevelopmental Risks), che sottolineano i rischi della massiccia esposizione a queste sostanze tossiche soprattutto per i soggetti vulnerabili come bambini e adolescenti.

Questi infatti, oltre a essere i più assidui frequentatori dei locali che servono cibi ultratrasformati, sono anche i maggiori consumatori domestici di cibi precotti e confezionati, da cui traggono più di un terzo delle calorie giornaliere. Ciò spiega perché hanno fino al 55% in più di ftalati nel corpo rispetto ad altre fasce della popolazione.

Regolamentazione Europea e Misure di Sicurezza

In Europa, invece, vige un regolamento più rigoroso sull’uso di ftalati e simili nei prodotti in generale, con un’attenzione particolare al loro uso nei materiali destinati al contatto con gli alimenti. Già dal 2005 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) aveva previsto precisi limiti di legge per quanto riguarda il livello di esposizione alimentare quotidiana considerata tollerabile per un individuo. Nel 2019 ha riconsiderato il livello di rischio per cinque ortoftatlati autorizzati per il contatto con i cibi, stabilendo un dosaggio massimo giornaliero (50 µg per kg di peso corporeo per Dbp, Bbp, Dehp e Dinp e di 150 µg/kg per il Didp).

Grazie a queste misure, l’esposizione agli ftalati per i consumatori europei nel 2019 risultava in media di 7 µg/kg di peso corporeo, arrivando fino a un massimo di 12 µg/kg per i maggiori consumatori di alimenti confezionati: rispettivamente quattro e sette volte inferiore al livello di sicurezza. Per il Didp, addirittura, l’esposizione alimentare per i forti consumatori è risultata 1.500 volte al di sotto della soglia di rischio. In ogni caso, il miglior modo per limitare l’esposizione agli ftalati e ad altri agenti plastificanti potenzialmente dannosi è privilegiare il consumo di frutta e verdura fresche e alimenti integrali, riducendo i prodotti da fast food.

Il sistema di controllo HACCP prevede di individuare i punti di rischio nel processo produttivo, che variano a seconda del tipo di prodotto, per metterli in sicurezza, e in genere funziona abbastanza bene. Si predispongono barriere che impediscono fisicamente il passaggio di corpi estranei, per esempio setacci , oppure sistemi di rilevamento che sfruttano le caratteristiche della sostanza da individuare, come metal detector, raggi X o campi magnetici. Senza dimenticare altri accorgimenti, come quello di usare materiali a colori vivaci - come i guanti indossati da chi maneggia alimenti - per facilitare l’individuazione di eventuali frammenti.

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Tabella: Limiti di Esposizione agli Ftalati in Europa (2019)

Ftalato Dosaggio Massimo Giornaliero (µg/kg peso corporeo) Esposizione Media Consumatori Europei (µg/kg peso corporeo) Esposizione Massima Consumatori Europei (µg/kg peso corporeo)
Dbp, Bbp, Dehp, Dinp 50 7 (media totale) 12 (maggiori consumatori)
Didp 150 Molto inferiore alla soglia di rischio Molto inferiore alla soglia di rischio

Inquinamento da Plastica e Misure UE

La Commissione Europea ha approvato la direttiva per regolamentare e vietare l’uso di prodotti di plastica mono-utilizzo al fine di arginare il crescente inquinamento dei mari, causato per oltre l’80% da parte di questi rifiuti. A loro volta, i residui di plastica si disperdono nell’ambiente e vengono assunti anche inconsapevolmente da diverse specie animali, come tartarughe marine, foche, balene e uccelli, ma da molluschi, pesci e crostacei.

Per evitare dunque che l’inquinamento da plastiche possa peggiorare ulteriormente, l’UE ha approvato la direttiva che prevede di agire seguendo due linee principali: da una parte si vuole ridurre la produzione di prodotti di plastica monouso, dall’altra si vuole incentivare le aziende a riciclare la plastica già esistente per creare nuovi prodotti. Infatti anche i filtri per le sigarette contengono plastica e bisogna ridurre del 50% per il 2025.

Per quanto riguarda le attrezzature da pesca, i singoli Stati si devono impegnare a garantire la raccolta almeno del 50% di questi materiali che vengono abbandonati o persi, arrivando a riciclarne il 15% entro il 2025. Secondo la Commissione Europea, sono i produttori che, come detto sopra, devono farsi carico delle operazioni per il riciclo dei rifiuti, compresi la raccolta e il trattamento.

Microplastiche e Salute Umana

Come detto inizialmente, la plastica dispersa nell’ambiente viene ingerita da parte degli animali, marini e non, che a volte finiscono anche sulle nostre tavole. Questa ipotesi è stata confermata dallo studio effettuato su 8 candidati provenienti da Europa, Giappone e Russia dall’Agenzia dell’ambiente austriaca: sono stati ritrovati all’interno delle feci dei soggetti studiati dei residui di polimeri, che potrebbero essere connessi a delle malattie gastrointestinali.

Le particelle di microplastiche avevano dimensioni variabili tra i 50 e i 500 micrometri (per essere più chiari, un capello umano è spesso circa 100 micrometri). La direttiva europea mira a ridurre l'inquinamento causato dalla plastica monouso nei mari, vietando determinati prodotti e incentivando il riciclo. L'UE ha vietato diversi prodotti in plastica monouso, tra cui: posate, piatti, cannucce, bastoncini cotonati, miscelatori per bevande, contenitori per fast food in polistirolo espanso e sacchetti in plastica leggera.

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La plastica monouso spesso finisce nei mari, dove viene ingerita inconsapevolmente da animali marini come tartarughe, pesci e balene. Le microplastiche possono essere ingerite tramite il consumo di pesci e frutti di mare contaminati. Studi recenti hanno dimostrato che queste particelle possono raggiungere l'intestino umano e potenzialmente entrare nel sistema linfatico e nel fegato, con possibili implicazioni per la salute gastrointestinale e immunitaria.

I cittadini possono contribuire all'ambiente evitando l'uso di prodotti in plastica monouso, riciclando correttamente i rifiuti e adottando buone pratiche, come non gettare mozziconi di sigaretta o plastica per terra e mantenere pulite le spiagge.

Alternative e Soluzioni di Packaging Sostenibile

Tra gli obiettivi fissati dal Green Deal europeo, parte integrante della strategia di “transizione verde” dell’UE per la neutralità climatica entro il 2050, c’è anche quello di ridurre le plastiche degli imballaggi derivanti dall’impiego di fonti fossili. La gestione delle plastiche è un problema globale di inquinamento dell’ambiente in larga parte legato alle microplastiche che si disperdono nell’ecosistema, entrano nel ciclo dell’acqua e nella catena dell’alimentazione, con effetti dannosi anche sulla salute umana. In questo scenario la sfida in campo alimentare è volta all’utilizzo di imballaggi che, garantendo un’efficace protezione in termini di conservazione dei prodotti, abbiano un minore impatto ambientale.

In ambito comunitario alla fine del 2022 è stato proposto un nuovo regolamento per sostituire l’attuale direttiva UE sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, introdotta nel 1994. È invece del marzo 2024 un accordo politico del Consiglio e del Parlamento Europeo per contrastare l’aumento dei rifiuti di imballaggio e armonizzare il mercato interno, mantenendo la maggior parte delle prescrizioni di sostenibilità e gli obiettivi principali proposti dalla Commissione.

L’accordo fissa inoltre i parametri per realizzare un’economia circolare atta a ridurre l’impatto ambientale dei settori della trasformazione alimentare, considerando che in Europa i rifiuti delle confezioni nel comparto food costituiscono oltre il 60% del totale dei rifiuti da imballaggio. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile da raggiungere a tappe entro il 2030 e vincolanti entro il 2040 riguardano il totale impiego degli imballaggi riciclabili o riutilizzabili e un apporto alla riduzione degli sprechi alimentari.

Sul mercato sono già disponibili soluzioni che riducono l’utilizzo di plastiche derivanti dal petrolio, sostituendole con il cartone o la carta (che possono essere rivestiti di film antimicrobici idonei al contatto con gli alimenti) oppure con plastiche riciclate. Tuttavia il loro impiego non è così immediato per una serie di questioni che andremo ad analizzare, in particolare per gli alimenti deperibili venduti nel libero servizio, come ad esempio le carni.

La scelta di adottare un packaging sostenibile rientra tra gli obiettivi di molte aziende, perché le confezioni di questo tipo migliorano la reputazione del marchio e favoriscono un ritorno economico degli investimenti. Non dimentichiamo a questo proposito che la riduzione dell’utilizzo della plastica è un argomento al centro del dibattito pubblico: sono i consumatori stessi (soprattutto i millennials) a orientare le aziende verso un packaging sostenibile, dichiarandosi disposti a pagare anche di più per le confezioni green.

Bisogna però fare attenzione a quelle aziende che dicono e non fanno, che praticano il cosiddetto green-washing. L’imballaggio svolge un ruolo primario per preservare la qualità degli alimenti venduti a libero servizio e per proteggerli dalla deperibilità.

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