Il Canto XXIV del Purgatorio di Dante conclude il passaggio attraverso la cornice dei golosi. Questo canto è celebre per essere l'attestato di nascita del Dolce Stil Novo, grazie al dialogo tra Bonagiunta Orbicciani e Dante, dove quest'ultimo presenta la sua poetica e l'ispirazione amorosa della sua poesia.
Luogo e Tempo
La scena si svolge nella sesta cornice, fino al passaggio che conduce alla settima. Il canto si distingue per il colloquio con Bonagiunta sul "dolce stil novo".
Né il parlare rallentava l’andare, né l’andare rendeva più lento il dire: ma, ragionando, procedevamo di buon passo come una nave spinta da buon vento.
Incontro con le Anime
Le anime, che parevano quasi essere due volte morte, attraverso gli incavi degli occhi restavano ammirate di me, meravigliate del mio essere vivo. Dante, proseguendo nel suo discorso, commenta come alcune anime possano ascendere a Dio più lentamente a causa di legami terreni.
E io, proseguendo nel mio discorso, dissi: «Quell’anima forse sta salendo a Dio forse più lentamente di quanto potrebbe, per causa d’altri (il piacere di stare con Virgilio).
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Piccarda e Altri Golosi
Dante chiede di Piccarda e, tra le anime, viene identificato Bonagiunta da Lucca e Papa Martino IV, insieme ad altri personaggi noti per la loro golosità.
«La mia sorella che non so se fosse più buona o bella, trionfa già con la sua corona nell’alto dei Cieli». Così disse per prima e poi: «Qui non è vietato nominare ciascuno, dal momento che la sembianza di tutti è sfigurata dalla dieta. Questo qui» e accennò con il dito «è Bonagiunta, quello di Lucca; e quel viso oltre di lui, con la pelle ancora più trapuntata, tenne la Santa Chiesa tra le sue braccia. Fu di Tours, e si purga attraverso il digiuno delle anguille di Bolsena e della vernaccia».
Mi nominò molti altri ad uno ad uno e tutti sembrano contenti dell’essere nominati, sì che io non notai alcun gesto di stizza. Vedi per la fame mordere a vuoto Ubaldino della Pila e Bonifacio dei Fieschi che intrattenne in banchetti molte genti. Vidi messer Marchese (di Forlì), che ebbe già spazio di bere a Forlì con minore riserva in modo tale da non saziarsi mai.
Dialogo con Bonagiunta e la Nascita del Dolce Stil Novo
Bonagiunta si mostra desideroso di conoscere Dante, e il loro incontro culmina in una discussione fondamentale sulla poesia. Bonagiunta menziona "Gentucca", una figura che renderà gradita Lucca a Dante, nonostante le critiche alla città.
Ma come fa chi guarda e poi osserva con più insistenza qualcuno in particolare, così feci con Bonagiunta che sembrava più degli altri desideroso di conoscermi. Lui mormorava e mi sembrava che avesse detto «Gentucca», lì dove la piaga della giustizia li faceva pentire maggiormente (la bocca). «O anima» dissi io «che sembri così desiderosa di parlare con me, fa in modo che io ti possa capire e appaga sia me sia te con il tuo parlare». Lui iniziò: «È nata una femmina, ancora adesso giovinetta, che ti renderà gradita la mia città, anche se tutti ne parlano male. Andrai via di qui con questa previsione: se a causa del mio mormorare non hai capito bene, le cose vere ti sapranno dire meglio.
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Ma dimmi se io vedo qui davanti me colui che iniziò un modo nuovo di poetare con la canzone “Donne ch’avete intelletto d’amore”». E io gli risposi: «Io sono uno che, quando Amore lo ispira, scrivo e nel modo in cui mi detta dentro cerco di mettere il tutto in significati ed espressioni». «O fratello, adesso io vedo» disse lui «il nodo che trattenne il Notaio e Guittone e me al di qua del dolce stil che adesso ascolto. Io vedo bene come le vostre penne vanno dietro strette strette a colui che detta, cosa che certamente non avvenne per le nostre e se uno volesse procedere oltre, non vedrebbe altra differenza dall'uno all'altro stile»; e poi tacque, come se la cosa lo soddisfacesse.
Dante definisce il suo modo di poetare, sottolineando come la sua penna segua fedelmente il dettato interiore ispirato dall'Amore. Bonagiunta riconosce la differenza tra il suo stile e quello nuovo, ammettendo che le loro penne non seguivano così strettamente l'ispirazione.
Per quanto riguarda il discorso sul Dolce Stil novo, Vale la pena precisare che la tradizione codicologica non è molto univoca sulla lezione chiodo ch’i’odo, con evidenti differenze semantiche: «chiodo» e «che io odo», che io ascolto. L’aggettivo «novo» detto da Bonagiunta sarebbe quindi riferibile anche a chiodo, mentre «dolce» a stile.
Bonagiunta e gli altri spiriti riprendono il cammino
Come li uccelli che svernano lungo il Nilo, alcune volte fanno una schiera nel cielo, poi volano con maggior fretta e vanno in fila; allo stesso modo la gente che era lì, girando il viso, affrettò il passo, leggera per la volontà e per la magrezza.
Incontro con Forese e Profezia su Corso Donati
Forese rimane con Dante e gli chiede quando lo rivedrà. Dante profetizza la fine drammatica di Corso Donati, fratello di Forese, attribuendogli una morte da traditore.
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E come l’uomo che è stanco di trottare lascia andare avanti i compagni e così passeggia affinché possa terminare la palpitazione del petto, così Forese lasciò trapassare la santa greggia e se ne veniva dietro di me dicendo: «Quando potrò mai rivederti?» Risposi io a lui: «Non lo so, non so quanto io vivrò, ma il mio ritorno qui non sarà mai così rapido che io con la volontà non approdi prima sulla spiaggia del Purgatorio; infatti, Firenze, il luogo dove nacqui, si spoglia di giorno in giorno del bene e sembra pronta per una triste rovina». «Adesso va’», disse lui; «perché quello che più ne ha colpa, vedo io tratto da una bestia verso la valle dove ma non ci si discolpa. La bestia va più veloce ad ogni passo, crescendo sempre, finché lei lo percuote e lascia il corpo orribilmente sfatto. Non gireranno a lungo le ruote dei cieli» e alzò gli occhi al cielo, «che infine capirai ciò che le mie parole più oltre non possono dire. Adesso starai per conto tuo, perché il tempo è prezioso in questo regno, al punto che io ne perdo troppo proseguendo passo passo insieme a te».
Come il cavaliere che fa un’incursione esce a volte al galoppo dalla sua schiera e va per prendere l'onore del primo assalto, così Forese si allontanò da noi con passi più rapidi; e io rimasi sulla via con gli Virgilio e Stazio che furono illustri maestri del mondo.
L'Albero e l'Angelo della Temperanza
Dante, Virgilio e Stazio giungono a un albero con frutti irraggiungibili e ascoltano esempi di temperanza. Incontrano poi l'angelo della temperanza che li guida verso la salita successiva.
E quando Forese si fu allontanato da noi e io lo seguivo a fatica con lo sguardo proprio come la mia mente a fatica ripensava alle sue parole, vidi i rami carichi di un altro albero, e non molto lontano poiché solo allora avevo rivolto in là lo sguardo. Vidi persone sotto di esso alzare le mani e gridare non so quali parole verso le fronde, come se fossero dei bambini desiderosi e incapaci che pregano, e il pregato non risponde, ma per acuire il loro desiderio, tiene sempre acceso il loro desiderio e non glielo nasconde. Poi si allontanarono come essendosi ricreduti e noi giungemmo proprio allora all’albero che rifiuta tante preghiere e tante lacrime. «Andate oltre senza avvicinarvi: più su c’è l’albero violato da Eva e questa pianta crebbe da quello». Così tra le fronde qualcuno, ma non so chi, stava parlando, in modo che noi tre poeti andavamo oltre attaccati alla parete della montagna.
La voce diceva: «Ricordatevi dei maledetti centauri nati da una nube, che combatterono ubriachi contro Teseo coi doppi petti; e degli Ebrei che si mostrarono inclini al bere, per cui Gedeone non li volle con sé quando discese i colli marciando contro i Madianiti». Accostati all'orlo interno della cornice, passammo oltre ascoltando gli esempi di gola che generò ben miseri guadagni. Poi, scostatici dalla parete e tornati a camminare lungo la strada solitaria, percorremmo più di un miglio, ciascuno assorto nei suoi pensieri. All’improvviso una voce ci disse: «Che andate pensando, voi tre soli?» allora io mi ridestai come fanno le bestie spaventate e pigre. Alzai la testa per vedere chi fosse e mai non si videro in una fornace vetri o metalli così lucenti e incandescenti, come io vidi quello che diceva: «Se a voi piace salire più sopra, qui si conviene voltare: da qui passa chi vuole andare a trovare la pace». Il suo aspetto mi aveva accecato; così mi girai indietro verso le mie guide come un uomo che va seguendo solo la voce.
E come, annunciatrice dell’alba, l’aria di maggio si muove e profuma, tutta impregnata del profumo dei fiori e dell’erba; così mi sentii un vento soffiare nel mezzo della fronte e sentii bene muovere la piuma che profumò l’aria di ambrosia».
Gentucca
Quasi tutti gli antichi commentatori pensavano che questo nome citato al v. 37 non avesse niente a che fare con la donna del v. 43. Credevano che si riferisse ai golosi come «gente da poco», «gentuccia» (Lana e Anonimo fiorentino) oppure ai nemici politici di Dante (Ottimo). I commentatori moderni hanno scelto diverse vie: Torraca pensa che la lezione corretta sia da leggere come «gente ucca», cioè la gente rimprovera (dal provenzale uchar). Buti, tuttavia, ebbe per primo l’idea che questa parola fosse un nome proprio e si collegasse alla profezia dei vv. 43-48. Il problema è però l’identificazione. L’ipotesi più accreditata al momento la vuole Gentucca di Ciucchino Morla, sposata a Buonaccorso Fondora.
Visione religiosa della donna
La differenza è nella visione religiosa della donna che le aveva dato un significato ultraterreno e tramite - per la sua bellezza e la sua onestà - tra Dio e l’Uomo.
Corso: traditore della sua città
Forese profetizza la fine drammatica di suo fratello Corso, legato alla coda di un cavallo e così trascinato all’inferno (vv. 82-87). Dante non dà quindi al suo nemico politico una morte qualsiasi, ma quella che, secondo gli statuti dell’epoca, era destinata ai traditori e agli omicidi. Ma ci sono anche tante leggende popolari che vedono insieme il cavallo e il condannato a morte, oltre alla potenza profetica di questo animale nell’Apocalisse.
Bonaggiunta Orbicciani degli Overardi
E’ stato un rimatore lucchese al modo dei siciliani. Svolse la professione di giudice e notaro (notaio) in documenti che vanno dal 1242 al 1257. Secondo Contini ebbe un ruolo importante nel trapianto degli stilemi della poetica siciliana in Toscana. Infatti fiorì intorno a lui una piccola scuola poetica strettamente legata ai Siciliani e provò anche ad imitare il nuovo stile che allora veniva elaborato da Dante e compagni.
La famiglia di Forese Donati
Forese Donati (soprannominato Bicci novello per distinguerlo dal nonno paterno che portava lo stesso nome e forse anche lo stesso soprannome), era figlio di Simone di Forese e di Contessa, detta "Tessa", di cui si ignora la provenienza familiare. Ebbe come fratelli Corso Donati, capo dei guelfi neri a Firenze, Piccarda, che Dante Alighieri collocò nel Cielo della Luna. Era inoltre imparentato con Dante Alighieri, in quanto cugino di terzo grado di Gemma Donati, moglie di Dante.
Accuse di tradimento e tentativo di fuga di Corso
Corso era fratello di Forese e di Piccarda Donati, capo della parte nera e per Dante maggior responsabile delle discordie interne di Firenze. Era nato intorno al 1250 e fece rapire la sorella Piccarda dal chiostro per darla in moglie a Rossellino della Tosa. Ebbe una carriera politica segnata dall’aggressività e dalla turbolenza: era stato capitano del popolo a Bologna, Padova, Pistoia, Parma, ma a Firenze creava sempre molti disordini anche nella sua stessa parte. Fu uno dei condottieri i Campaldino e attaccò gli aretini senza aver ricevuto ordine. Guido Cavalcanti tentò di ucciderlo sulla pubblica piazza nel 1296 e neanche a seguito di altri incarichi si staccò del tutto dalla politica fiorentina. Finché nel 1301 fece il suo ritorno a Firenze grazie a Carlo di Valois. Corso si vendicò di tutti i suoi nemici politici e divenne il padrone effettivo della città. Fu accusato di tradimento e tentò la fuga per evitare il patibolo; fu però raggiunto dai sicari e, pare, si lasciò cadere da cavallo per trovare una morte rapida (ed evitare torture e agonie terribili). Oppure, secondo un’altra tradizione, nella fuga, cadendo da cavallo, rimase impigliato al cavallo e fu trascinato per un bel pezzo. Quale delle due morti sia quella vera, non si sa. Tuttavia è evidente il ruolo della cavalcatura e della morte vicino alle mura (dove venivano giustiziati i traditori).
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