I Teleri del Carpaccio nella Scuola di San Giorgio degli Schiavoni

La Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia ospita un ciclo di teleri di Vittore Carpaccio di notevole importanza artistica e storica. In particolare, sei teleri al pianterreno raffigurano le storie di San Giorgio e il Drago, San Trifone e il basilisco, San Gerolamo e il leone e Sant’Agostino nello studio.

Le Scuole a Venezia erano confraternite, “scuole di mestiere”, ossia corporazioni di arti e mestieri, e scuole di Nazione, ove si riunivano persone provenienti da uno stesso paese. La Scuola Dalmata di devozione, detta degli Schiavoni (slavi) era - ed è tuttora - soprattutto un luogo di aggregazione nazionale per gli immigrati dalla Dalmazia, regione di antica presenza veneziana lungo la costa orientale dell’Adriatico (corrispondente alle attuali Croazia e Montenegro).

Il Contesto Storico e Artistico

Carpaccio si formò e coltivò la sua arte osservando la tradizione pittorica veneziana dei Bellini, dei Vivarini, così come di altre influenti personalità e tendenze artistiche, guardando alla lezione dei toscani, dei ferraresi, di Antonello da Messina, dei tedeschi (si pensi a Dürer) e dei fiamminghi. Nel dipingere adottò così molteplici ‘registri’ personali, dal giocoso al teatrale, dall’aneddoto alla satira, giungendo anche a supremi vertici di poesia, psicologismo, drammaticità e profondità spirituale.

Seguendo la tradizione avviata dopo la metà del Quattrocento da pittori come Gentile e Giovanni Bellini, Lazzaro Bastiani o Giovanni Mansueti, Carpaccio realizzò ben quattro cicli narrativi completi per le suddette Scuole veneziane: di Sant’Orsola; Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone (o degli Schiavoni); degli Albanesi; di Santo Stefano. Tra i capolavori della maturità dell’artista, i teleri realizzati per la Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone (detta anche degli Schiavoni) contengono alcune delle sue immagini più note. I nove dipinti del ciclo, creati da Carpaccio tra 1502 e 1507, di dimensioni più contenute rispetto ai precedenti di Sant’Orsola, sono dedicati a più devozioni: Cristo, Girolamo, Giorgio e Trifone (quest’ultimi considerati i tre santi nazionali dalmati), con alcuni episodi emblematici per ciascuno.

Nel 1502 Paolo Vallaresso, provveditore a Corone, donò alla Scuola le reliquie di San Giorgio e fu anche il committente dei due teleri originari di San Giorgio, dipinti da Vittore Carpaccio. Tra il 1502 e il 1511 egli dipinse i teleri che si possono ancora ammirare all’interno dell’edificio al pian terreno.

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La Simbologia nei Teleri

Nei sei teleri, il Carpaccio dà grande risalto a animali reali o fantastici, che sono collegati con la simbologia cristiana dei vizi e delle virtù, della lotta infinita tra il bene e il lato scuro della forza, della dicotomia tra il barbaro infedele e il civile cristiano, il cosiddetto miles cristiano. E’ una scena di vittoria e rinascita anche se a prima vista si vede desolazione e morte.

Le storie di San Giorgio che aveva sconfitto il drago, e di Trifone che aveva sconfitto il basilisco, sono anche considerate un’allusione alla lotta contro il mostro turco, ed erano fondamentali per dimostrare l’importanza della comunità dalmata per la Serenissima e per la cristianità.

Il Battesimo dei Seleniti

Nel Battesimo dei Seleniti, nella fastosa scena, viene rappresentata l’ideologia cristiana del matrimonio, con la sconfitta del male da parte del bene: prima la Principessa era pronta alle nozze mortali con il drago e poi invece si consacra a quelle salvifiche grazie al battesimo e quindi con Cristo. Ecco che nella parte inferiore del dipinto vi sono due animali rappresentati in primo piano: un pappagallo rosso il cui verso, nell’immaginario collettivo medievale, suonava come un ave, il saluto che l’arcangelo Gabriele rivolge a Maria al momento dell’Annunciazione. Per questo è un emblema di innocenza, fedeltà e purezza, ed è uno dei suoi simboli. A fianco sulla sinistra si trova un turbante bianco e rosso che era quello indossato da Maometto. Poi è rappresentato un levriero che simboleggia oltre alla caccia, un animo pronto, vivace e costante nel seguire un’impresa. Sulla destra, in ginocchio vi è un servo che regge il copricapo con tre corni, utilizzato dal Qasaw al-Gawri, sultano mammelucco dal 1501 al 1516. Questi due simboli del potere ottomano, posti nella parte inferiore del dipinto, e proprio davanti ai Seleniti in atto di battezzarsi erano un invito, agli infedeli, alla conversione.

Relativamente al santo, nel manoscritto si narra quanto accade nella città di Selene in Libia, minacciata da un drago che, se non avesse ricevuto quotidianamente un tributo in cibo, avrebbe distrutto la città e i suoi abitanti. Carpaccio costruisce una realizzazione pittorica unica. Un ulteriore contrasto è dato dal paesaggio: la principessa si trova su un prato verdeggiante, contrapposto al deserto in primo piano. Sulla destra, in prossimità della principessa si vede il lato positivo, esemplificato dalla presenza di un’aiuola, una chiesa cristiana e un sentiero che conduce alle due possibilità di fede, da quella più solitaria dell’eremo a quella collettiva, della civitas.

Questa storia per i confratelli della Scuola di San Giorgio degli Schiavoni si cala perfettamente nel contesto veneziano a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. Per Venezia è un periodo di scontro con i turchi, popolazione che inizia ad occupare gradualmente i territori della Serenissima. Il drago con cui san Giorgio si sta scagliando non è solo la rappresentazione della Legenda aurea, bensì è anche la metafora del nemico per eccellenza dei Venezia, i turchi d’Oriente.

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San Trifone e il Basilisco

Nel dipinto di San Trifone viene rappresentato il basilisco, questo essere velenoso e tossico, che secondo la mitologia greca, nacque dal sangue della testa di Gorgone tagliata da Perseo.

San Girolamo e il Leone

Nel ciclo di San Girolamo il leone è l’animale-star assoluto. Nell’antichità era considerato emblema di forza e fierezza. Appare anche nell’iconografia sacra e in quella profana con vari significati. I bestiari medievali rappresentano alcune simbologie che lo collegano a Gesù. Quando cammina vagando, il leone cancella le sue tracce, così come ha fatto Gesù, che inviato dal Padre ha tenuto celate le “impronte” della sua divinità. Nei bestiari medievali si dice che, per stanare i serpenti, si riempie la bocca di acqua, la versa nella tana, e con un soffio li trascina fuori e li uccide calpestandoli con le zampe: allo stesso modo si comporta Gesù con il maligno. L’iconografia religiosa riprende tali concetti e nelle immagini del cervo che calpesta il serpente allude al trionfo del bene sul male.

Nel dipinto I funerali di San Girolamo il leone ora è in lontananza e emette un lamento di dolore alla perdita del suo amico Girolamo. Intrigante è la presenza di una lucertola in primissimo piano sul cartellino.

Sant’Agostino nello Studio

Nel Sant’Agostino nello studio si vede un piccolo cane, un simpatico esemplare di proto-terrier. Grazie agli interventi di ripulitura e di restauro sovvenzionati da Save Venice è venuta alla luce la presenza, in origine, dietro la figura del cane, di un ermellino, piccolo animale dal candido manto che è simbolo di purezza e castità. In apparenza questo dipinto è un po’ un outsider rispetto ai tre cicli dei tre santi protettori della scuola. La supposizione più attendibile è quella che questo in effetti sia un ritratto. Vi sono varie ipotesi su chi possa rappresentare, forse il Vescovo Leonino o ancor meglio il Bessarione in abiti vescovili, commemorandolo a trent’anni dalla sua morte, in quanto nel 1464 concedette alla Scuola un’importante indulgenza. Vi sono naturalmente vari elementi che ne affermano la veridicità di tale ipotesi: nel quadro viene rappresentato l’astrolabio Regiomontano, strumento essenziale per uno studioso di astronomia, come il Bessarione, inoltre si vede il sottile binocolo appoggiato sulla scrivania del santo, e sulle scansie lignee sono appoggiati i libri e i codici.

Carpaccio: "Fintore" e Narratore

Il termine “fantasia” è un termine centrale negli scritti di Filarete, che, nel suo trattato, definisce “fantasia” come “un processo immaginativo che è complemento ed estensione del pensiero razionale”. Filarete era un grande ammiratore dell’architettura bizantina a Venezia. Fu probabilmente Leonardo a chiamare per primo il pittore “fintore”, in origine lo era solo lo scultore. Con questa dicitura Carpaccio, quindi, voleva evidenziare che il compito dell’artista era quello di rappresentare la realtà, ma anche di inventare.

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Fu per questi aspetti che Carpaccio fu di fatto uno degli inventori della pittura europea “di genere”, riconosciuto come un insuperato “narratore di storie”; infatti fu sempre celebrato soprattutto per i suoi cicli, ovvero serie coordinate di tele (teleri) che tramandano articolati racconti sacri.

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