Il volume di Aurelio Musi “Una “rivoluzione” europea. Napoli, Masaniello e la repubblica del 1647-48” (Colonnese Editore, 2025) si inserisce nella collana “Le avventure di Clio”, diretta dallo stesso autore, che intende avvicinare un largo pubblico alla storia di Napoli intesa non come microcosmo isolato, ma come parte integrante della storia europea. L’autore, uno dei più autorevoli storici italiani del Mezzogiorno d’età moderna, riprende qui un tema che ha accompagnato per decenni le sue ricerche: la rivolta napoletana del 1647-48, l’evento comunemente associato alla figura di Masaniello.
Il volume è articolato in sette capitoli oltre a un’introduzione e a conclusioni che riprendono le fila del discorso. Nell’introduzione, Musi chiarisce subito che la rivolta non fu una pura jacquerie né una rivoluzione cosciente sul modello inglese oppure olandese. Non fu però solo una rivolta fiscale o contro le gabelle, come talvolta è stata ridotta. Pertanto, l’autore in questa puntuale indagine, ma anche ricca di spunti innovativi, ricostruisce le matrici del masaniellismo come cultura politica plebea, con particolare attenzione alle pratiche comunicative e ai linguaggi del potere.
I Contenuti del Volume
In sintesi, nel primo capitolo, Teorie della rivoluzione nella cultura politica napoletana del primo Seicento, l’autore svolge un’analisi delle idee che precedettero i moti. Il secondo, Dalla rivolta di luglio alla repubblica, è incentrato sulla cronaca dei fatti principali. Il terzo, Scritture in conflitto, analizza come la rivolta fu narrata nelle cronache e nelle memorie. Nel quarto, Chiesa, religione, dimensione del sacro, viene affrontato il tema il ruolo della religiosità popolare e dell’alto clero. Il quinto, Forme e strumenti della comunicazione politica, dispiega la genesi di un’opinione pubblica attraverso manifesti, simboli e ritualità. Il penultimo capitolo, Masaniello: fortuna e mito nell’Ottocento, indaga sulla costruzione ottocentesca del personaggio. Quindi l’ultimo, Interpretazioni a confronto, prende in considerazione il dibattito storiografico moderno.
Il Contesto Europeo e il Ruolo del Sacro
Interessante è il confronto che Musi propone tra la rivolta napoletana e le altre “sei rivoluzioni contemporanee” degli anni Quaranta del Seicento (Portogallo, Catalogna, Inghilterra, Palermo, Napoli, Fronda). Il confronto con Catalogna, Inghilterra e Francia mostra come in tutta Europa si manifestasse un bisogno di controllo sulla fiscalità e sulle istituzioni, ma che solo a Napoli ciò avvenisse attraverso un protagonismo plebeo tanto esplicito. Napoli, con la rivolta del 1647-48 e la figura carismatica di Masaniello, si inserisce a pieno titolo in questo scenario. Eppure, a lungo, la storiografia ha trattato il caso napoletano come fenomeno isolato, leggibile solo alla luce delle specificità sociali e istituzionali del Mezzogiorno.
In un capitolo molto originale del volume Musi analizza il “ruolo del sacro” poiché preti e vescovi furono presenti sia nel fronte lealista sia in quello ribelle, mentre un copioso immaginario religioso fu fondamentale per legittimare la rivolta, tanto da tingere i moti con tinte “apocalittiche”. A Napoli, il linguaggio politico passava inevitabilmente per il sacro. Le prediche che annunciavano castighi divini, le processioni con le statue della Madonna, i giuramenti in chiesa erano al tempo stesso atti religiosi e politici. Come scrive Burke (1978, p. 91), “nell’Europa barocca la chiesa era la vera agorà del popolo”.
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Masaniello: Mito e Realtà
Il volume decostruisce il mito di Masaniello. Il pescivendolo Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello (Napoli 1620-47), fu certamente protagonista dei primi giorni del moto. Il personaggio fu senz’altro figura emblematica di una leadership plebea carismatica, effimera, priva di dottrina scritta. Come mostra Musi (2025, p. 135), egli non fu un semplice “strumento” di Giulio Genoino, ma nemmeno un riformatore consapevole sul piano giuridico. Il suo potere derivò dalla capacità di aggregare la plebe urbana attorno a simboli elementari (la distribuzione del pane, la revoca delle gabelle) e a riti pubblici di inversione gerarchica (l’ostentazione del mantello donato dal viceré, le processioni al Carmine).
Nel mito ottocentesco, alimentato dal romanticismo e dalle pulsioni risorgimentali, Masaniello diventò un eroe popolare senza tanti giri di parole, simbolo del riscatto napoletano contro la Spagna. Nel XVIII secolo la figura di Masaniello è filtrata soprattutto dalla lente moraleggiante. Nelle storie civili e nelle prime raccolte enciclopediche, appare come monito contro i disordini popolari: Masaniello è il simbolo dell’instabilità del volgo, incapace di governarsi, pronto a seguire leader improvvisati e destinato a precipitare nel caos. E viene spesso contrapposto alle virtù aristocratiche o ai “buoni principi” che mantengono l’ordine.
Comunicazione Politica e Riflessione Teorica
Altrettanto stimolanti le sue considerazioni sulle “forme della comunicazione” politica: manifesti, bandiere, cortei, canti furono strumenti per creare un consenso “visivo e sonoro” ante litteram, in un’epoca in cui non esisteva la stampa periodica di massa. Molto spazio è dato alla riflessione teorico-politica del primo Seicento, con pagine dedicate allo statista e letterato Girolamo Frachetta e al dottore in legge Ottavio Sammarco.
Tuttavia, in un passaggio significativo, Frachetta distingue la ribellione dalla rivoluzione, attribuendo a quest’ultima un valore quasi positivo: quando il sovrano viola i patti fondamentali con i sudditi, la rivoluzione può essere un “giusto risentimento”, quindi una legittima risposta. Tuttavia, questa rivoluzione ha ancora il significato di restaurazione dell’equilibrio preesistente, e non di creazione di un nuovo ordine. Con Ottavio Sammarco, invece, secondo Musi si compie un vero salto di qualità nella riflessione politica. La sua opera Delle mutationi de’ Regni (1628) affronta le dinamiche del cambiamento politico con un approccio più analitico e quasi sociologico.
Musi evidenzia come Sammarco offra una visione complessa della monarchia spagnola quale “sistema imperiale composito”, in anticipo su categorie oggi diffuse in storiografia. L’autore dimostra anche lucidità nel cogliere la funzione della religione, dell’amministrazione e del controllo militare nella conservazione del potere imperiale. La sua opera, per Musi, assume una particolare fortuna nell’Ottocento, in chiave antispagnola e patriottica, tanto da essere riletta da intellettuali come Cuoco e Capponi come un riferimento per il pensiero liberale e risorgimentale.
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Interpretazioni Storiche
Nel settimo capitolo Musi confronta le letture storiche novecentesche e contemporanee. Lo studio della rivolta napoletana ha conosciuto due principali filoni interpretativi nel XX secolo: da un lato, il paradigma sociale e proto-classista di Villari (1967, 1979), che legge il masaniellismo come manifestazione della tensione tra masse urbane impoverite e un sistema fiscale nobiliare; dall’altro, l’approccio istituzionalista e municipale di Galasso (1992) e della scuola napoletana, che individua nel conflitto tra seggi cittadini e potere vicereale la vera posta in gioco.
Rilevante il confronto con la lettura di Rosario Villari, che aveva insistito sulla dimensione sociale e sul conflitto di classe, ma che Musi arricchisce con considerazioni sul pluralismo delle élite locali e sui limiti strutturali della monarchia asburgica. Masaniello diventerà nell’Ottocento simbolo plastico, usato di volta in volta come icona risorgimentale o come spauracchio delle rivolte plebee. Ma storicamente, il masaniellismo rappresenta un momento di rottura nell’ordine d’Ancien Régime, in cui il popolo urbano, per la prima volta, si fece soggetto collettivo di una politica che tentava di coniugare fame, fede e giustizia.
Come scrive Musi (2025, p. 292): “Masaniello fu un evento europeo non tanto per la sua durata o per la sua efficacia, ma perché rese visibile la possibilità, terribile e affascinante, che il popolo potesse irrompere nella storia con la forza di un miracolo o di una tempesta”. Il volume, pur centrato sul Seicento, suggerisce più volte riflessioni sull’oggi. Una “rivoluzione” europea è dunque un’opera che restituisce complessità a un episodio troppo spesso ridotto a folklore. È anche un invito a pensare Napoli non come periferia passiva della storia, ma come laboratorio dove si anticiparono tensioni politiche e sociali che avrebbero poi investito tutta l’Europa. In questa prospettiva, il libro di Aurelio Musi non è solo una ricostruzione storiografica, ma un esercizio di “coscienza storica”, che aiuta a leggere con più lucidità anche le contraddizioni del presente.
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