Le figurine Panini hanno lasciato un solco indelebile nella formazione dei ragazzi che oggi si ritrovano in un periodo storico che si è evoluto forse troppo in fretta rispetto alla nostra cultura. A quei tempi la ditta Panini di Modena era all’avanguardia nella distribuzione tramite le edicole delle figurine.
Le Figurine Panini: Un Fenomeno Culturale
Ognuna di queste rappresentava l’immagine a colori di un calciatore, la squadra di appartenenza e tutte le informazioni sui dati anagrafici dello stesso oltre alle esperienze nelle squadre dove in precedenza aveva giocato. Esisteva un album dove appenderle, album che naturalmente veniva fornito gratuitamente per invogliarci ad acquistare le bustine che di solito contenevano dieci figurine. Riempire l’album completamente non era facile in quanto alcuni giocatori proprio non si trovavano mentre altri al contrario erano presenti in quantità elevate.
Naturalmente era un espediente per fare acquistare ai bambini un numero maggiore di figurine. Facendo un paragone e con le dovute proporzioni con le grandi aziende di oggi, Panini a quei tempi si poteva paragonare ad Amazon, che imperversa in tutti i campi in pratica utilizzando gli stessi criteri anche se si sono evoluti nel tempo. Ad ogni modo credo che la ditta Panini esista tutt’oggi e oltre alle figurine fornisca anche altri prodotti.
Gli Scambi e i Giochi con le Figurine
Noi ragazzi per accelerare i tempi e terminare le varie collezioni, non facevamo altro che fare scambi procurandoci così buona parte di quelle mancanti. A volte, per possedere una figurina quasi introvabile, eravamo costretti a cederne almeno dieci di quelle in nostro possesso. Oltre al collezionismo, le figurine ci davano la possibilità di giocare con la speranza di vincerne alcune.
Il gioco più praticato, era senz’altro quello che chiamavamo “facce o pirole”. Non so il significato di quest’ultima parola né da cosa derivi e neppure internet mi ha aiutato a risolvere il mistero. Ad ogni modo le “facce” non erano altro che la parte anteriore della figurina dove appariva la foto del personaggio sportivo, mentre “pirole” era il lato posteriore.
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Si giocava in due e, alternativamente, uno di noi sceglieva l’opzione lanciando in alto 10 figurine (cinque di ogni giocatore), quindi raccoglieva le figurine con l’immagine che aveva scelto. Esempio: se diceva “facce” e a terra ve ne erano sette, queste erano le sue mentre le tre rimanenti rimanevano all’amico con una “perdita” di due figurine.
Un secondo gioco consisteva nell’appoggiare al muro di una casa una figurina alla volta e poi lasciarla. Questa operazione veniva ripetuta alternativamente da entrambi i due sfidanti; se si verificava che una figurina si fermasse sopra ad una in terra, entrambe venivano raccolte dal fortunato e diventavano sue. Dopo una decina di lanci a testa, colui che aveva effettuato più sovrapposizioni tratteneva le vincite fatte.
L’ultimo gioco che ricordo, veniva praticato anche da più di due giocatori: si lanciava il più lontano possibile una figurina a testa.
Mettersi in Gioco: Un'Esperienza di Vita
«L'attivismo per me è una delle più alte forme di partecipazione in una società; è il valore dell'esserci che regala una fotografia lucida delle varie realtà con le quali possiamo entrare in contatto tutti i giorni, a più livelli» dice Valentina che dallo scorso ottobre realizza l’interessante progetto del Panino Sospeso con l'associazione Porta Aperta di Modena, nel quale ha portato le sue origini lavorative di educatrice coniugando l'attività di ristorazione con il mondo del sociale.
«Tutti i martedì sera io e mio marito portiamo in stazione dei treni i panini preparati mezz'ora prima della partenza che i nostri clienti donano all'Unità di Strada di Porta Aperta; questo progetto è solo l'ultimo nato in ordine di tempo ma la mia intenzione è quella di far conoscere il più possibile le varie associazioni di volontariato del territorio! Oggi per me essere a fianco dei volontari di Porta Aperta, anche solo per poco tempo, significa essere "portatori di gioia" oltretutto donata dalle persone comuni che anche tramite noi decidono di partecipare ad un progetto di grande significato solidale e di aiuto».
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Valentina ama il contatto con le persone, ascoltare lo scambio reciproco di esperienze e crede che il volontariato insegni a sentirsi parte di qualcosa che possa essere davvero utile.
«Vuol dire mettersi in gioco in base alle proprie risorse e attitudini. In questo tempo manca sempre di più la condivisione di parole e gesti. Nel quotidiano, anche nella mia attività attuale, ritrovo l'obiettivo di far star bene chi decide di passare un po’ del proprio tempo nel nostro locale; credo sia importante offrire sì qualità, prestando un servizio, ma anche un sorriso non guasta; dedicare alle persone un po’ di tempo per parlare fa anche di questa mia attività attuale, una specie di lavoro di cura del prossimo».
Andata e Ritorno: Una Storia di Ritorno alle Origini
La vecchia casa di famiglia, appartenuta alla nonna di Debora, ed un tempo osteria del Paese, viene messa in vendita, e la mamma insiste perchè sia lei a prenderla. Si tratta di una casa molto grossa, da ristrutturare, quindi grandi spese e molti lavori da fare. Un’idea che a Debora non sembra buona, non ha più voglia di mettersi in gioco!
Nonostante il no di Debora, la mamma la acquista e gliela regala! Un dono inaspettato che provoca malumori in famiglia e che Debora, in quel momento, vede come un peso, un problema. Lei vive a Borgo da sempre, la casa è in un piccolo paesino sperduto, c’erano spese e tutto sembra un costo e non un’opportunità.
Dove ora sorge “Andata e Ritorno” , quarantanni fa c’era la nonna di Debora che gestiva un’osteria. Ecco che il passato ha bussato al presente e Debora ha sentito il lei la voglia di far crescere questo progetto, quella spinta che parte dal cuore e non ti ferma più, ti fa dimenticare le perplessità dell’inizio e ti dà la forza e la voglia di arrivare alla fine!
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La Poesia del Calcio: Un Gioco che Vale la Vita
Il genere poetico che si ispira allo sport è molto più ricco e fecondo di quanto si immagini, forse a causa della scarsa visibilità dovuta spesso all’estrema dispersione editoriale. Già nel 1934, nella Prima antologia degli scrittori sportivi, Titta Rosa nel mettere a punto una definizione di letteratura sportiva, includendo quindi anche la produzione lirica, la definisce come quella letteratura che «del sentimento, o dei sentimenti sportivi, è riuscita a far materia d’arte, che ha assunto codesti sentimenti nella sfera dell’espressione artistica», mettendo così a tacere tutti i critici intellettuali che ne nega(va)no l’esistenza.
Valerio Magrelli e l'Addio al Calcio
La seconda raccolta monoautoriale, edita da Einaudi nel 2010, è di Valerio Magrelli, Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto, ovvero 90 prose poetiche, tante quanti sono i minuti di una partita di calcio, suddivise nei due tempi canonici; Magrelli racconta la storia del suo rapporto con il calcio, da giocatore nei campi erbosi e nei cortili a tifoso, dall’infanzia fino all’addio, ormai quarantenne, al campo di gioco.
Pier Paolo Pasolini: Il Calcio come Rappresentazione Sacra
Pier Paolo Pasolini: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».
Strategie Resilienti per la Partecipazione
Resilienza è stata la parola chiave del forum “Roma Smart Community” che ha visto Urban Experience protagonista, sia come membro della consulta di indirizzo sia nella conduzione degli open talk. Due giornate dense che trovano in questo social storytelling la loro articolazione. E’ emerso, in tutta la sua evidenza, che non si può trattare più di resilienza nella solita maniera dei convegni, così lineari e strutturati (e con gli open talk lo abbiamo smontato, per poi rimontarlo, il convegno…) ed è per questo che è necessario parlare di strategie resilienti per la partecipazione.
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