Eroi in Crisi: Recensione del Fumetto Panini Comics

Esiste un luogo nell’universo DC Comics dove gli eroi possono trovare sostegno psicologico, dopo gli inevitabili traumi derivanti dai tanti scontri, perdite e in generale dalle conseguenze dell’essere un supereroe: si chiama Rifugio, ed è stato creato da Batman, Superman e Wonder Woman.

La vicenda ruota intorno a Sanctuary, una struttura segreta che intende aiutare i supereroi a confrontarsi con le proprie crisi e nevrosi che emergono dall’attività quotidiana di difesa dell’umanità. Un vero e proprio centro di recupero per super esseri affetti da disturbo da stress post traumatico, gestito direttamente da Batman, Superman e Wonder Woman.

In Nebraska, in una zona remota, si trova il Rifugio, un luogo creato dalla Trinità (Bats, Supes e Diana) con tecnologia kriptoniana e con un’intelligenza artificiale infusa delle caratteristiche dei suddetti creatori, dove gli eroi possono concedersi una pausa, raccontarsi, psicanalizzarsi tra uno scontro e l’altro.

La Trama e i Personaggi

Il racconto inizia con una strage di supereroi, della quale i primi sospettati sono Booster Gold e Harley Quinn; mentre si sviluppano le indagini, un misterioso informatore rivela a Lois Lane l’esistenza di Sanctuary e le consegna le registrazioni delle sedute dei supereroi.

Ora però il Rifugio non è più un luogo sicuro, il sangue è stato versato.

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Nello scioglimento della storia, la confessione di Wally West/Flash (che all’inizio del racconto era stato annoverato fra le vittime), fonde lo spiegone degli eventi, con la loro meccanica brillante e contorta, davvero degna di un giallo classico, con la dichiarazione della propria condizione di burn-out.

Colpisce il personaggio di Harley Quinn, ottimamente tratteggiato nei suoi continui disturbi di umore che la fanno passare attraverso stati mutevoli nel giro di brevissime sequenze.

Anche Wonder Woman non viene risparmiata dall’analisi. Dunque abbiamo manie di persecuzione, paranoia, un trauma della perdita dei genitori mai risolto e pesanti problemi di socializzazione. Qual è la vera identità?

“Bros before Heroes”. Booster Gold e Blue Beetle: due supereroi di seconda fila che ignorano il divieto della Trinità e indagano per proprio conto sul l’eccidio di Sanctuary.

La tragedia di Wally è anche un fallimento di Sanctuary: l’istituto offre ai suoi ospito un mondo tutto per sé, dove esplorare il proprio spirito, le proprie nevrosi.

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Analisi Narrativa e Tematiche

C’è un problema di economia narrativa, in HiC: lo leggiamo e alla fine ci ritroviamo con la sensazione di una montagna che ha partorito un topolino. Elementi, temi, idee e spunti sono portati sulla tavola con prodigalità, ma, come reagenti in proporzione sbagliata, solo qualcosa si trasforma in racconto, mentre altro, la maggioranza, rimane materia prima o semilavorato.

La frustrazione nella lettura nasce proprio dalla chiarezza con la quale misuriamo la distanza fra potenzialità e risultato. Ecco l’incompiutezza della linea narrativa con Lois Lane, caricata con aspettative di una crisi personale, etica e sociale; ecco la chiamata in scena della Trinità DC, che compare con platealità (guardate, all’inizio HiC #2, quell’inquadratura dal basso verso l’alto, che potrebbe venire da Kingdom Come, cfr. Fig. 1) e poi recita una piccola scena a tesi.

Questa crisi mina la missione pubblica e i legami privati dei superumani e nasce dalla frizione fra la sfera ideale e la realtà quotidiana, fra che cosa l’eroe rappresenta, come icona e simbolo, in particolare il ruolo e la personalità che il mondo gli assegna, e quello che sperimenta, vive e soffre.

Il punto è che quelle scene sembrano i prodromi di un processo di disgregazione, l’innesco di una deflagrazione, ma poi niente in realtà accade: l’ordigno resta inesploso e siamo lasciati con qualcosa che sembra un elemento di colore, un en-passant che viene messo da parte dalla frenesia e dai meccanismi dell’intreccio giallo.

Detto altrimenti, in HiC la crisi del ruolo-supereroe e quella dell’individuo-supereroe restano separate e i loro racconti procedono giustapposti, con meri contatti e incastri funzionali.Il racconto della crisi del ruolo letteralmente evapora, più o meno dal quinto numero in poi.

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Abbiamo una vera e propria rifocalizzazione in corso d’opera, così che la prima parte (che pure occupa oltre metà dell’intero racconto!) viene ridotta a una preparazione con divagazioni estemporanee: i due momenti di confronto sopra citati, fra Superman/Clark Kent e Lois Lane e fra i membri della Trinità, portano semplicemente alla scena successiva dell’intreccio giallo, ma non precipitano/innescano alcuna crisi profonda.

E questo non sequitur è sbalorditivo: vediamo tradita la fiducia profonda da parte delle persone a noi più vicine, di quella che amiamo, di quelle con cui combattiamo e rischiamo la vita ogni momento; ce n’è abbastanza per una destabilizzazione profonda e invece tutto prosegue come se niente fosse.

Sei la persona con la quale divido la mia vita e hai diffuso immagini e notizie sul più segreto dei segreti? Ah giusto, sei fai la giornalista, quindi bene così. Per usare un eufemismo, siamo davanti a una storia abortita, visto che questo spunto viene abbandonato e il racconto passa ad altro.

La cesura è netta: la seconda metà di HiC ruota attorno all’individuo-eroe e “bros before heroes” è alla fine il più opportuno dei motti per questa vicenda, che tavola dopo tavola precipita verso la tragedia.

Sanctuary: Un Luogo Sicuro?

In HiC, È Sanctuary lo scenario dell’azione, ma dei suoi lati inquietanti solo uno viene evidenziato, per poi essere abbandonato come tutto ciò che riguarda il ruolo-supereroe.

Tuttavia, c’è un altro evidente aspetto, che coinvolge sia il ruolo sia l’individuo-supereroe e che non viene di fatto trattato: quanto è affidabile Sanctuary? Non solo questo interrogativo non viene sollevato, ma viene esplicitamente accantonato attraverso la costruzione dell’ultima tavola.

È divisa in quattro vignette orizzontali: le prime due mostrano rispettivamente Booster Gold e Blue Beetle che si stanno godendo una serata di fronte al televisore, Harley Quinn e “Poison Ivy” che camminano insieme, qualcuno che sta per entrare in Sanctuary, atteso dagli androidi di servizio e quindi Wally, disperato in una cella (Lois e la Trinità sono ignorate).

Non abbiamo alcuna suggestione riguardo ai rischi di Sanctuary: da una parte, niente suggerisce che la cella di Wally sia all’interno di Sanctuary; dall’altra, l’immagine di un ennesimo supereroe che entra nell’istituto, proprio perché posizionata dopo due testimonianze di serenità riguadagnata, trasmette la sensazione di un ritorno all’ordinarietà e non di preludio a un’altra tragedia.

Certo, Wally è speciale perché è araldo della Forza della Velocità, di quell’energia il cui rilascio ha provocato la strage; ma la sua instabilità psicologica sembra del tutto ordinaria, così che alto sembra il rischio di suicidio/omicidio fra gli ospiti.

Lo Stile Visivo

Di contro alle complicazioni dell’intreccio, la serie ha una costruzione visiva quanto mai lineare e leggibile: la straordinarietà della situazione è messa sulla tavola in una modalità ordinaria, basata su naturalismo, plasticità e visualizzazione tipica degli eroi, che appaiono tutti in una versione quasi iconica, fisicamente perfetti, prestanti, “belli” anche quando sono coperti di ferite, lordati di sangue.

Anche (addirittura soprattutto) durante le confessioni, un momento significativo, anche per la sua ingombrante presenza quantitativa, e ciò merita uno sguardo non superficiale (Fig. Visivamente, le confessioni sono stereotipate.

L’effetto è strano e siamo davvero di fronte a una scatola cinese: i personaggi “recitano se stessi”, dicono ciò che ci si aspetta da loro e lo fanno in un setting (quello del confessionale da reality show) associato alla finzione, alla simulazione.

Eppure siamo in un centro di recupero e si suppone che quei momenti siano dedicati al tentativo di esprimere i propri stati d’animo: uno spazio e un tempo sospeso e al sicuro, nel quale cercare con consapevolezza pezzi di sé, per portarli fuori dai luoghi oscuri dell’animo e dar loro realtà tramite le parole, così da poterli finalmente affrontare.

Ecco allora che l’utilizzo dello stereotipo della simulazione apre una doppia lettura: che gli ospiti non abbiano parole proprie per esprimere il proprio animo e i propri traumi e/o che non si fidino di Sanctuary.

A questo punto è utile anche uno sguardo comparativo con gli approcci visuali utilizzati nelle altre opere a firma di King che si confrontano con crisi di identità e fiducia.

Senza aprire un approfondimento nell’approfondimento, guardiamo le tavole di Sheriff of Babylon, The Omega Men e Miracle Man. In esse vediamo una realtà che sfugge a una lettura immediata: è la stessa instabilità delle forme che ci interroga e ci trasmette il disorientamento nel quale si muovono i personaggi.

Apriamo ora The Vision: qui le cose del mondo hanno contorni precisi; ed è proprio questa nettezza dei confini che innesca la crisi e la tragedia, poiché i protagonisti tentano di annullarli.

Quindi, al di là dello specifico stile, la forza di quelle opere deve molto alla coerenza espressivo/tematica, che a sua volta si basa sulla focalizzazione del racconto. Focalizzazione che è proprio ciò che manca in HiC.

In fase comparativa, per quanto superficiale, merita segnalare che anche The Omega Men soffre di un eccesso di materia prima non sempre metabolizzato ed è curioso notare che in esso troviamo un discorso enfatico che chiama in causa i valori nazionali statunitensi, analogo a quello di Superman in HiC.

Tom King: L'Autore Dietro la Crisi

Esiste una clinica speciale dove i supereroi vanno a curare i propri traumi. Tom King è un pluripremiato scrittore vincitore di diversi premi Eisner, Ringo e Harvey, noto per il suo lavoro su Mister Miracle, Batman, Visione, The Sheriff of Babylon, Strange Adventures, The Human Target, Superman Up in the Sky e molti altri.

I suoi lavori sono apparsi numerose volte nella lista dei best seller del New York Times. La miniserie Visione, scritta nel 2021, è stata l’ispirazione per la serie televisiva di successo WandaVision. Prima della sua carriera di scrittore, King ha servito all’estero come ufficiale antiterrorismo della CIA nei teatri di guerra in Iraq e Afghanistan.

Che Tom King non sia uno scrittore qualunque ormai se ne sono accorti tutti. In cinque anni è passato da essere l’ex-agente della CIA prestato ai comics a quello a cui affidare il mega evento annuale di casa DC Comics, Eroi in crisi. Ma per fortuna King è King e anche questa volta ci ha messo del suo.

Tom King parte da questo presupposto e sfrutta una struttura tipicamente da whodunit per analizzare la fragilità di esseri che da sempre vediamo come semidivini, ma che in realtà sono molto più vicini a noi di quanto pensiamo.

Ed è proprio per questo che nasce il Rifugio (“Sanctuary”, in originale), una sorta di struttura di supporto psicologico per eroi (e criminali) in momenti difficili. Si presenta come una vecchia fattoria dispersa in un paesaggio rurale da entroterra statunitense, ma in realtà nasconde un sofisticato sistema di analisi dove poter superare crisi da stress post-traumatico.

Il supporto è completamente robotizzato e ogni traccia di interazione viene rimossa seduta stante, in modo da garantire un totale anonimato.

Durante tutti i nove numeri della maxi-serie incontriamo un gran numero di pagine in cui, in una griglia di nove vignette, abbiamo accesso alle registrazioni e all’intimità di persone spesso vittime dei loro talenti. Se solitamente in questo generi di eventi editoriali siamo abituati a sfogliare tavole e tavole di scazzottate tra ragazzotti in costume, qui possiamo vedere cosa si nasconde davvero dietro quelle maschere.

Il fatto che la triade al centro di tutto l’universo DC abbia capito che ci fosse bisogno di una simile iniziativa fa capire come l’atmosfera tra maschere e mantelli non sia proprio da Golden Age. E infatti ecco scatenarsi un evento drammatico: il Rifugio diventa sede di un massacro dove perdono la vita diversi eroi, tra cui Wally West.

Il primo numero della serie si apre in un dinner - di quelli che noi europei pensiamo così tipicizzati da essere parodie dell’autentica provincia statunitense - e passa quasi subito a un campo lunghissimo su terreni coltivati a perdita d’occhio. «This is perfect.

Il disegnatore Clay Mann viene chiamato a vestire il ruolo di novello Norman Rockwell del fumetto americano ed eccolo tratteggiare volti e corpi di una bellezza pura e rassicurante, mentre le sue vedute sono sempre ampie e ricche di una natura dolce e benevolente. Il culmine lo si raggiunge con la copertina del numero otto, a opera di Mitch Gerads, e con le aperture di campo della nona uscita. A partire da quel titolo scritto con le nuvole in un cielo al crepuscolo.

Siamo sempre a un passo dal kitsch. Anzi spesso il limite viene travalicato, ma è come se si sentisse il bisogno di un ritorno a casa. Anche se si tratta di una casa che non è mai esistita.

E infatti se Mann evita con cura ogni sperimentazione, ogni spigolo o scelta troppo difficile ecco che King avanza con una scrittura frammentata, inusitatamente complessa per un’iniziativa editoriale che dovrebbe in prima battuta attirare nuovi lettori. I continui riferimenti a un’America rurale, materna e accogliente cozzano con i drammi della vicenda.

Se la prima non è detto che fosse esattamente come l’hanno raccontata, i secondi sono reali e terribili. E inevitabili, come si scoprirà prima della fine. Quello che emerge è ancora una volta l’umanità di King, l’uomo che ha tentato di rendere felice Batman. In Eroi in crisi l’autore racconta di personaggi imperfetti, ormai a crepe, quasi irriconoscibili rispetto alle loro origini.

Quello che vogliono tutti è un attimo di respiro, di vita tranquilla e semplice. Per raccontare questo scollamento tra mitologia classica e riflessioni sul presente lo scrittore sceglie la via del racconto di genere, evitando il solito catastrofismo da kolossal e preferendogli una narrazione più intima.

Anche se le vittime sono supereroi alla fine parliamo di un giallo investigativo basato su un pugno di personaggi e ancora meno location. Se la parte di analisi interiore raggiunge picchi davvero intensi, la narrazione non ingrana mai davvero e non ci sono momenti davvero memorabili.

Quello di cui ci si ricorda di più sono le pagine di autoanalisi dei protagonisti, a testimonianza della bontà del lavoro fatto sulla loro psicologia in sede di sceneggiatura.

King è un grande scrittore, ma non ancora così consapevole per riuscire a scrivere una storia solida e di grande trasporto scendendo in profondità nella psiche di un gruppo di personaggi così cospicuo. Chi cercherà solo la prima non riuscirà a capirne che una minima parte della sua portata e della sua volontà di raccontare il presente.

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