Inzuppare il Biscotto: Significato, Etimologia e Varianti Regionali

L'azione di immergere un biscotto in una bevanda calda è un rito quotidiano per milioni di persone. In mano un bel biscotto consistente, davanti, una tazza con del latte, o del tè. La mano porta il biscotto, finora asciutto, dentro quel latte o quel tè - ma solo per un tuffo di pochi istanti, frutto di un calcolo vitale: se troppo pochi, il biscotto si offrirà ancora arido e friabile alle fauci, se troppi, la parte immersa si sfalderà, precipitando irrimediabilmente al fondo della tazza in una pappa immonda - troppo tardi arriverà il cucchiaino. Ma il nome di quest’azione, il verbo che la descrive varia di regione in regione, in Italia. Si tratta di una varietà che, investendo qualcosa di così ordinario, risulta piuttosto straniante.

Varianti Regionali del Termine

Approssimando un po’, al meridione prevalgono riferimenti al ‘bagnare’ - soprattutto in derivati incisivi come abbagnare - che però, nella lingua comune, comunicano un taglio un po’ diverso dell’azione. Di solito un biscotto si bagna durante la preparazione di un dolce: in genere, il biscotto che viene bagnato s’intende sia fermo, che non sia impugnato. Gli usi del centro sono quelli più tradizionali, secondo il metro della lingua nazionale, quelli che normalmente si trovano sui dizionari - come ‘intingere’, che si distingue per quanto è elegante e distinto, e ‘inzuppare’, con un riferimento colorito alla liquida galassia della zuppa - di ascendenza non troppo gourmet, dato che la suppa è ricostruita come ricetta gotica di pan bagnato.

Il Verbo "Pucciare": Un Caso Particolare

Alcuni lettori chiedono se il verbo pucciare ‘intingere, inzuppare’, noto in tutta la Penisola anche perché recentemente impiegato in trasmissioni televisive, sia da considerarsi dialettale o regionale. Farina, zucchero, burro, uova, un cucchiaino di lievito: per preparare dei perfetti “biscotti da pucciare” bastano pochi ingredienti e alcuni semplici passaggi. Così, almeno, assicura la conduttrice di un noto programma televisivo di cucina, inzuppando - proprio questo vuol dire, infatti, pucciare - il goloso risultato in una tazza di latte caldo.

La durata del tuffo dev’essere infatti di pochi istanti, sapientemente determinati: “se troppo pochi, il biscotto si offrirà ancora arido e friabile alle fauci, se troppi, la parte immersa si sfalderà, precipitando irrimediabilmente al fondo della tazza in una pappa immonda: troppo tardi arriverà il cucchiaino”. E in effetti quel pucciare - cui la conduttrice ricorre con molta naturalezza, senza avvertire in alcun modo la necessità di chiarire o di affiancare un sinonimo - rappresenta una voce di provenienza settentrionale, diffusa soprattutto nelle aree piemontese e lombarda (ma non solo) e pressoché sconosciuta al resto d’Italia. Almeno fino a qualche tempo fa.

Il suo impiego sempre più frequente in numerose trasmissioni televisive e in rete, infatti, ne ha determinato la fortuna anche fuori del suo naturale habitat linguistico. Tra i tanti esempi offerti dal motore di ricerca di Google libri, citiamo da un recente romanzo di Barbara Fiorio: “Irene è una dei pochissimi non genovesi che ho convinto a pucciare la focaccia nel caffellatte” (Vittoria, Milano, Feltrinelli e-book, 2018). L’attuale successo sovraregionale del termine ha indotto i primi segnali di reazione anche nella lessicografia italiana più recente.

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Tuttavia prende atto della sua fortuna lo Zingarelli, che registra l’uso del verbo proprio a partire dall’edizione del 2022, precisandone la provenienza dialettale: pucciare è infatti presentato come un settentrionalismo che vale ‘inzuppare’ e, per estensione, ‘immergere, bagnare’. L’entrata lessicalizzata è proprio “pucciare”, forma adattata alle norme fonomorfologiche dell’italiano standard con la quale, come già visto, la parola è impiegata in contesti non dialettali. Sul piano etimologico, lo Zingarelli propone un legame con puccia: tale sostantivo, che anticamente poteva indicare un tipo di pane povero a base di cruschello, identifica oggi, notoriamente, un pane dalla forma rotonda tipico della tradizione pugliese, in particolare di quella salentina.

Etimologia del Verbo "Pucciare"

Eccoci dunque al quesito principale posto dai nostri lettori: da dove nasce pucciare? Una risposta univoca e dirimente da parte degli etimologi - sarà bene precisarlo subito - non c’è (ancora). Nel tempo si sono stratificate molteplici ipotesi, più e meno percorribili, che hanno alimentato una bibliografia piuttosto estesa e non facilmente districabile. Per scongiurare il rischio di restare disfatti, come un biscotto troppo lungamente pucciato, in questa sovrabbondanza di proposte, limitiamoci a raccogliere le soluzioni che appaiono oggi dotate di maggior credito.

In larga parte, la lessicografia dialettale più recente sembra convergere verso una soluzione onomatopeica, che giustificherebbe pucciare - o, meglio, le forme dialettali che ne sono all’origine - a partire dalla base espressiva *poc-/*puc-, imitativa del suono “che si fa sentire nell’andar per il fango”. A questa radice onomatopeica, correlata alla più ampia sfera semantica del ‘molle’ e del ‘soffice’, vengono ricondotti non soltanto il verbo e la sua famiglia morfologica - e dunque i sostantivi e gli aggettivi da esso derivati, sui quali ci soffermeremo tra breve - ma anche altri esiti apparentemente lontani per significato o per diffusione geografica.

In particolare, deriverebbero da tale radice pure la già ricordata forma puccia ‘panino, focaccia’, propria dell’area centro-meridionale della penisola, il calabrese pùcidu ‘fradicio’, nonché l’espressione salentina pùcciu pùcciu, che vale ‘soffice, cedevole’ (cfr. DEI, s.v. puccia). Una simile proposta vedrebbe così pucciare e puccia come due esiti collegati ma indipendenti, frutto di due sviluppi paralleli di una stessa base onomatopeica e caratterizzati da una diversa distribuzione geografica.

Godono di buon credito anche le soluzioni che guardano al latino, tra le quali sarà anzitutto da ricordare quella proposta da Salvioni nelle sue Postille al REW (§ 6177), che accosta le forme dialettali pucià ‘bagnare, intingere’ e pùcia ‘intingolo’ al latino parlato *palta(m) ‘fango, palude’, da cui anche l’italiano pantano. Si richiama a una base latina non attestata anche Emanuele Banfi in un saggio sul lessico giovanile di Milano e Trento, suggerendo una connessione tra pucciare e *punctiāre ‘intingere’ e ricordandone il facile riferimento all’atto sessuale (cfr. Banfi 1992, p. 129).

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Risulta generalmente esclusa, invece, la derivazione da pŭteu(m) ‘fossa, buca’, da cui le forme italiane pozzo, pozza e, con qualche incertezza, pozzanghera (cfr. DELI, s.vv.): sarebbe infatti inusuale, nei dialetti settentrionali, la formazione di un’affricata palatale sorda -c- [ʧ] dal nesso t + semivocale (cfr. Rohlfs 1966, § 290; Bondardo 1986, s.v. pòcio).

Diffusione Geografica e Varianti Dialettali

A prescindere dall’etimo, in ogni modo, nei dialetti settentrionali il verbo conosce una molteplicità straordinaria di esiti alternativi (non sempre equivalenti, sul piano del significato), capaci di generare, a loro volta, un ricco ventaglio di derivati. In Lombardia predominano le forme pucià o pocià, talvolta registrate dai vocabolari con la doppia (come nello storico Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini: “Poccià: intingere, immollare”; Cherubini 1839-1856, s.v.). Sono segnalate, specie nella provincia di Sondrio, anche le varianti pocér e pucér (cfr. Antonioli-Bracchi 1995; Membretti-Bracchi 2011, s.vv.).

Troviamo ancora pucià in Liguria (dove, come già ricordato, s’inzuppa volentieri anche la focaccia nel latte e nel cappuccino) e pociàr a Trento, mentre i piemontesi si avvalgono generalmente delle forme pocé e pucé, talora in concorrenza con mojé ‘ammollare’ (cfr. Cornagliotti 2015; Fox 2014; Gribaudo 1996, s.vv.). Il nostro verbo ha poi una certa fortuna in Veneto e in Emilia-Romagna; per quest’ultima i vocabolari ricordano anche espressioni ormai in disuso, come puccià la penna in dal caramàl ‘intingere la penna nel calamaio’, e certi usi figurati, come puccià al nàz ‘ficcare il naso (in affari altrui)’ (cfr. Tammi 1998, s.v.).

Nelle ultime due regioni citate, e segnatamente in Veneto, sono tuttavia ben radicate le alternative tociàr e tucér (cfr. Bondardo 1986; Durante-Turato [1975]; Gherardi-Moretti 2009; Lepri-Vitali 2009; Naccari-Boscolo 1982; Zanette 1980, s.vv.), di analogo significato, che condividono con pucciare una certa oscurità etimologica.

La "Pucia" e Altri Derivati

Anche pucciare, naturalmente, ha il suo sostantivo. I vocabolari di riferimento registrano per lo più la forma femminile pùcia (anche pócia e pòcia), con la quale si identifica un intingolo di vario genere (un brodo, un sugo ecc.) oppure una fanghiglia. Anche nel caso del sostantivo è possibile disegnare una mappa indicativa della varietà degli esiti disponibili; le alternative femminili già menzionate (pùcia, pócia e pòcia) sono diffuse soprattutto in Lombardia e in Piemonte, fino all’Emilia-Romagna; in area veneta, forse per analogia col più usato tòcio, predomina il maschile pòcio (cfr. Bondardo 1986; Prati 1968, s.v.). Dal verbo vengono poi le forme puciàda o pociàda (talora pocéda), analoghe alla già ricordata tociàda (per esempio, a Sondrio, fér una pocéda vale ‘fare una scorpacciata’; cfr. Membretti-Bracchi 2011, s.v.).

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Pucciare e i derivati costituiscono dunque una famiglia morfologica condivisa da un’area linguistica notevolmente estesa (che, di fatto, arriva a comprendere quasi tutta l’Italia settentrionale). È tuttavia soprattutto il verbo - come abbiamo visto - ad aver conquistato negli ultimi tempi spazi ulteriori, irradiato dalla televisione e dai nuovi media. Diffusamente impiegato in accezione propria o in modo estensivo, oggi pucciare può senz’altro definirsi uno dei tanti “dialettismi” del nostro vocabolario: una voce cioè di origine dialettale che, sulle ali di una ricetta di successo nazionale o di uno scandalo politico, è divenuta progressivamente familiare anche ai parlanti di altre regioni. Così è accaduto, del resto, anche a tanti meridionalismi ormai storici (come mafia o guaglione) o di più recente fortuna (come inciucio o cazzimma).

Da "Pucciare" a "Puciacca"

Se si accoglie l’ipotesi di una convergenza degli esiti fin qui ricordati verso una medesima base - sia essa latina oppure onomatopeica -, non è difficile associare a questi ultimi anche altre forme simili, semanticamente connesse al fango e a liquami melmosi in genere. In particolare, potrebbe avere una vicenda etimologica comune a pucciare un altro settentrionalismo, ossia puciacca, che in buona parte delle aree citate indica una fanghiglia molto liquida (come quella che si raccoglie in una pozzanghera) o, più spesso, quella poltiglia che si genera con il discioglimento della neve (e che è, pertanto, priva di terra). Anche questa parola - puciacca, al solito, è forma italianizzata - conosce diverse realizzazioni dialettali, come pociàca o pociàcca, puciàga, pocìca o anche puciàcu; quest’ultima variante è registrata nella Liguria orientale (cfr. Plomteux 1975, s.v.).

In Lombardia risultano dominanti le forme puciàc(c)a e puciacch, ma è ben radicata anche l’alternativa pociàcchera (cfr. Biella et al. 2001; CFM 2018; Cherubini 1839-1856; Monti 1848, s.vv.). Assieme al sostantivo, naturalmente, è diffuso anche il verbo puciacà (anche pociagà, puciagà, pucegà), che vale ‘sguazzare nel fango, nelle pozzanghere (per gioco)’ o ‘calpestare la neve che si scioglie’, e che ammette talora anche sensi estensivi e figurati, come ‘imbrattarsi, sporcarsi inutilmente’ e dunque ‘pasticciare, lavorare grossolanamente senza concludere nulla di concreto’ (cfr. Giorgetta-Ghiggi 2010; Monti 1848, s.vv.).

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