La Storia Affascinante della Pubblicità "Fiesta a Pranzo: Un Panino"

La merendina confezionata ha un portato mitico: scavalca i conflitti generazionali, tiene unita una nazione, le ricorda cos’era la vita quando era ancora carica di sogni e promesse. Ripercorrere la sua storia vuol dire ripercorrere la storia del nostro paese. Un giorno ci si sveglia e viene da gridare «Mamma, cos’è successo? Dove sono finiti i pomeriggi di maggio, il brodo di pollo di quando ero malato?». L’unica soluzione è far finta di niente, continuare ad alimentarsi di plumcake come Zerocalcare.

Non è solo una questione di gusto, è che, finché Zerocalcare si nutre di merendine, la sua, la nostra infanzia e adolescenza non possono dirsi finite. Le promesse di una vita adulta solida, con punti di riferimento saldi, un mondo che ha una forma di cui ci si può fidare, può ancora non dirsi tradita. L’Italia come un collettivo effetto madeleine: basta un morso di Kinder Fiesta per tornare ai pomeriggi dopo la scuola, seduti sul divano davanti alla televisione. O ancora all’intervallo di metà mattina, la girella Motta scartata di fretta per poi correre a giocare in cortile. È parte del romanzo di formazione di ogni bambino italiano, una memoria emotiva condivisa che ha a che fare con un certo modo di dire “infanzia”.

Gli Anni del Boom Economico e la Nascita della Merendina Industriale

Ricomporre il mosaico delle merendine confezionate significa ripercorrere la storia d’Italia degli ultimi settant’anni. Gli italiani del boom economico sono un popolo che in pochi anni dismette l’etichetta di “paese sottosviluppato ad economia principalmente agricola” per abbracciare quella di “potenza industriale mondiale” dimenticando che, poco tempo prima si usava dire che quando un contadino mangiava un pollo o era malato il pollo o era malato il contadino.

Ai tempi del fascismo, della guerra, ma anche del secondo dopoguerra - tempi di quotidianità opaca e casalinga, fondati sull’arte della riparazione e del risparmio - la merenda non era appannaggio di tutte le famiglie italiane. I dolci erano riconosciuti come gli alimenti che si prestavano meglio ad essere consumati lontano dai pasti principali perché davano una soddisfazione immediata e avevano un alto portato calorico, utile a compensare diete altrimenti piuttosto povere. Nel migliore dei casi si trattava di una fetta di torta fatta in casa o di biscotti casalinghi. Più spesso era semplicemente una fetta di pane con burro e zucchero oppure marmellata.

L'Industrializzazione e il Ruolo delle Donne

Su questa tradizione ben consolidata si infrange il boom economico con l’industrializzazione che investe anche il settore alimentare. La storia delle merendine s’intreccia, infatti, indissolubilmente, con un’altra storia cruciale per lo sviluppo della nostra società: la progressiva crescita del tasso di occupazione delle donne, dal dopoguerra a oggi. Una parte della popolazione femminile inizia a lavorare fuori casa, o in ogni caso ad avere meno tempo da dedicare alla preparazione dei pasti. Il risultato è che il tempo rimasto viene dedicato ai pasti principali, se non solo al pranzo della domenica.

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I due fenomeni si intrecciano e si alimentano a vicenda: le donne spendono meno tempo a panificare e ne hanno di più per le attività extra-domestiche, e viceversa l’offerta di prodotti pronti o semi lavorati le libera dall’obbligo di occuparsi della cucina per un numero di ore oggi impensabile. Se è eccessivo attribuire all’avvento dell’industria alimentare il merito di aver emancipato le donne dal carico delle cure domestiche, si può però affermare che contribuì a cambiare le abitudini delle famiglie, facilitando e in alcuni casi rendendo del tutto obsolete alcune mansioni, attraverso l’invenzione della merenda confezionata.

Il Mottino: La Prima Merendina

L’idea dell’industria alimentare fu quindi quella di creare dei dolcetti, poi chiamate merendine, in grado di imitare il dolce fatto in casa, richiamandolo tanto per presentazione che per gusto. La prima vera merendina risale agli anni Cinquanta ed è il Mottino, un panettone in miniatura firmato Motta, imprenditore dell’industria dolciaria noto già dagli anni Trenta.

Infatti l’industria delle merendine ha come target privilegiato l’infanzia. Se durante il fascismo la merenda era piuttosto un pasto straordinario da garantire agli adulti lavoratori, il boom economico la presenta come un prodotto alimentare rivolto ai giovanissimi. I figli del boom non avrebbero più dovuto soffrire le penurie alimentari delle generazioni precedenti. Da qui l’attenzione spasmodica dei genitori a garantire non solo l’igiene ma anche una sana e ricca alimentazione per i loro figli che per la prima volta potevano mangiare senza pensieri. Ecco che lo zucchero si fa simbolo di benessere e salute.

Le Icone degli Anni '60 e '70

  • Il Buondì della Motta è la prima tra le merendine confezionate a proporsi come corrispettivo della classica brioche.
  • Poi la Girella con la sua iconica forma a spirale, anche lei Motta, così come i gelati da passeggio, ovvero con lo stecco.
  • Ferrero nel 1961 lancia sul mercato la Brioss, soffice trancino di pandispagna farcito con marmellata di albicocche o di ciliegie.
  • Nel 1964 arriva la Nutella, anche questa come versione industriale di un prodotto tipico della tradizione: la crema spalmabile sulla fetta di pane.
  • Un’altra merendina firmata Ferrero è la Fiesta, che mima il tipico dolce con dentro un pochino di liquore e ricoperto di cioccolato.

Gli Anni '80 e '90: L'Apice della Pubblicità

Negli anni Ottanta sfonda la Mulino Bianco, presentando una selezione di brioche, biscotti e cornetti, elegantemente presentati come opera di mugnai d’altri tempi e madri angeliche. La Motta lancia il Maxibon, con uno Stefano Accorsi da spiaggia e lo slogan «Tu gust is megl che uan». E poi ancora Ferrero con i Kinder versione frigo.

Insomma l’offerta si diversifica, si rinnova, eppure le merendine best-seller sono sempre le stesse: siamo tutti figli di almeno una di loro. Se c’è un prodotto alimentare, tolta la pasta, che gode di enorme longevità, buona tenuta sul mercato nonostante le tendenze salutiste e massima fedeltà del consumatore è proprio la merendina.

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Ma sarebbe inutile negare che la pubblicità delle merendine, l’universo estetico che è stato loro creato attorno, la furbizia con cui sono state lanciate sul mercato, è una delle chiavi del successo. Le merendine venivano presentate ai bambini durante Carosello come qualcosa di altamente desiderabile, associate a personaggi dei cartoni animati che i bambini amavano.

"Tutto il giorno fuori casa, a pranzo un panino al volo e adesso…non ci vedo più dalla fame!"

«Tutto il giorno fuori casa, a pranzo un panino al volo e adesso…non ci vedo più dalla fame!»: potremmo dire tutti in coro che la soluzione è Fiesta! Non importa se non ci crediamo più, se in cucina abbiamo ormai un’altra consapevolezza, una maggiore sensibilità ambientale, un’attenzione per una dieta sana che teme i gassi idrogenati. Non importa perché le merendine sono altrove, hanno uno spazio sacro nei cassetti della memoria. Se la radice etimologica è in merere, meritare, la merendina conserva quella promessa di gratificazione, di premio, anche se da decenni è pane quotidiano.

Nel 1970 si producevano 40mila tonnellate di merendine, nel 2010 le tonnellate erano 217.

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