Folpet: Requisiti e Considerazioni sull'Uso di un Antifungino Controverso

Il folpet è un fungicida utilizzato principalmente in viticoltura per il controllo di diverse malattie, tra cui la peronospora. La sua efficacia nel contrastare ceppi resistenti e nel controllare contemporaneamente più patologie lo rende ancora oggi una risorsa per alcuni agricoltori, specialmente nel Nord Est italiano.

Tuttavia, il folpet è una sostanza attiva controversa, spesso ostracizzata dai disciplinari di produzione integrata a causa della sua classificazione tossicologica e dei potenziali effetti irritanti sulla pelle. In etichetta, i formulati a base di folpet riportano le seguenti frasi di rischio:

  • R20 (Nocivo per inalazione)
  • R36 (Irritante per gli occhi)
  • R43 (Può provocare sensibilizzazione per contatto con la pelle)
  • R50 (Altamente tossico per gli organismi acquatici)

Inoltre, la presenza della frase di rischio R40 ("Possibilità di effetti cancerogeni - Prove insufficienti") ha contribuito a creare una percezione negativa nei confronti di questa sostanza attiva.

Effetti Ambientali e Tossicologici

Nonostante le preoccupazioni, un'analisi più approfondita dei dati rivela un quadro più sfumato. Ad esempio, la tossicità per gli organismi acquatici, indicata dalla frase R50, è condivisa anche da alcuni formulati rameici ampiamente utilizzati anche in agricoltura biologica, che possono presentare anche la frase R53 ("Può provocare a lungo termine effetti negativi per l'ambiente acquatico").

Il folpet ha valori di logKow compresi fra 2,85 e 3,63. Dato che questo parametro esprime l’affinità di una molecola per le matrici apolari, più alto esso è e meno la sostanza tenderà ad andare nelle acque. Viene espresso su scala logaritmica in base 10, questo vuol dire che un prodotto con logKow = 3 è mille volte più affine per le matrici apolari che per la matrice acquosa.

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Con un robusto logKow di 3,63 anche folpet tende a restarsene lì, nei campi ove è stato applicato, adsorbito dalla sostanza organica presente nel terreno. Proprio come avviene per il rame.

La sua affinità per la sostanza organica del suolo non sembra peraltro rappresentare alcun problema, visto che ha una LC50 (tossicità acuta) per i lombrichi pari a 339 mg/kg di suolo e le sue concentrazioni nei primi cinque centimetri di terreno si assesterebbero su valori di poco superiori ai 4 mg/kg anche se tutta la dose per ettaro finisse lì anziché sulle viti.

Vista poi la scarsa affinità di folpet per l’acqua e il tempo di dimezzamento pari a soli 4,3 giorni, la quantità di sostanza attiva potenzialmente asportabile dalle piogge diviene quasi omeopatica. E anche quella poca che l’acqua si portasse via dal campo mostrerebbe un’emivita per idrolisi inferiore alle tre ore che diventano addirittura pochi minuti in acque alcaline. Non è quindi per caso se folpet non compare affatto nei report emessi dall’Ispra sulle acque, nemmeno nelle aree dove viene utilizzato ripetutamente.

Se infine andiamo a guardare pure gli impollinatori, con la sua LD50 sulle api superiore a 236 µg/ape, folpet appare meno pericoloso perfino del già citato rame, il quale mostrerebbe invece valori compresi fra 11 e 116 µg/ape a seconda delle forme e delle fonti.

Potenziali Effetti Cancerogeni

I test di cancerogenesi su ratto e topo sono stati condotti sull’arco di due anni, praticamente la metà o più della vita fisiologica delle cavie. A 1.000 mg/kg/giorno di peso corporeo il 50% delle cavie ha sviluppato adenocarcinomi.

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Tali risultati di laboratorio, per quanto ottenuti a dosi da cavallo più che da topi, hanno comportato l’inclusione nel cosiddetto “Gruppo B2” dello Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), cioè quello dei potenziali cancerogeni per l’Uomo.

Stabiliti i parametri ai quali folpet ha mostrato effetti nocivi o cancerogeni, come pure quelli ai quali risulta innocuo, almeno per i roditori, ci si chieda ora quali siano i potenziali livelli di esposizione alla sostanza attiva da parte dei comuni cittadini. Impresa che si arena appena iniziata: folpet in Italia non viene di fatto utilizzato su altre colture che la vite da vino, quindi è nel vino che si potrebbe incontrare un suo residuo. Ma nel vino non ce ne può essere, perché la sua presenza nei mosti ne impedirebbe la fermentazione. Punto.

Esposizione Umana e Conclusioni

L'esposizione umana al folpet è principalmente legata all'uso in viticoltura. Tuttavia, la sua presenza nel vino è improbabile, poiché impedirebbe la fermentazione. Altre fonti di esposizione, come la contaminazione delle acque, sono considerate trascurabili a causa delle caratteristiche chimico-fisiche della sostanza attiva.

Unica fonte di esposizione può essere quella occasionale dovuta alla deriva in corrispondenza dei trattamenti. Può infatti capitare di abitare attaccati a un vigneto e in tal caso l’esposizione a folpet potrebbe in effetti avvenire, anche se in forma alquanto saltuaria, massimo 2-3 volte all’anno. Se però il vignaiolo utilizza un irroratore a ricircolo, atto a evitare derive e perdite di prodotto, folpet giunge sulla vite, lì si ferma e lì si degrada senza andare da alcuna altra parte.

In considerazione di quanto sopra, appare quindi molto dura stabilire un valore concreto di esposizione per i cittadini consumatori, a meno di arrivare a cifre con molti zeri dopo la virgola. Detta in altri termini, i livelli di esposizione umana alla sostanza attiva tendono asintoticamente a zero. Nella più prudente delle ipotesi - giusto per essere garantisti - questi livelli possono essere fissati al massimo alcuni milioni di volte al di sotto non solo delle dosi alle quali il prodotto si è mostrato cancerogeno, ma perfino rispetto a quelle della No Adverse Effect Level.

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In pratica, solo gli operatori sono esposti in modo significativo ai rovesci della medaglia legati all’uso di folpet.

Prodotti Alternativi e Complementari

Oltre al folpet, esistono diverse alternative per la difesa antioidica della vite da vino, tra cui:

  • Zolfo (95 formulati autorizzati)
  • Triazoli (fungicidi sistemici)

Inoltre, per migliorare la salute delle piante e prevenire le carenze nutrizionali, possono essere utilizzati concimi specifici come:

  • PEN RAM (a base di rame)
  • FITO-PK (a base di fosforo e potassio)
  • ENNE 30 (a base di azoto e zolfo)
  • BIOFER L (chelato di ferro)

Ibma Italia è costituita dalle aziende italiane che aderiscono all'associazione Ibma che a livello transnazionale rappresenta i produttori di mezzi tecnici per il controllo biologico in agricoltura e nel settore della pubblica igiene:• insetti, acari e nematodi,• funghi, batteri e virus,• feromoni e sistemi di cattura basati su di essi,• prodotti naturali ed estratti vegetalisono sviluppati, prodotti e distribuiti dai membri di Ibma.

Quattro i gruppi professionali: macrorganismi, microrganismi, semiochimici e prodotti naturali.

Per eventuali approfondimenti tecnici, cliccando sul nome di ogni molecola si giunge alla relativa pagina di Fitogest®, nella quale è poi possibile prendere visione dei formulati commerciali disponibili, unitamente alle etichette ministeriali.

Disclaimer: gli articoli di questa serie vanno intesi come fotografia dello stato dell'arte in Fitogest® al momento della redazione degli articoli stessi.

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